Will Samson

Light Shadows

2014 (Karaoke Kalk) | ambient-pop, songwriter

Il promettente Will Samson, un tempo non molto lontano, si faceva chiamare Himalaya. Questo dovrebbe bastare e avanzare a descrivere ampiamente il suo interesse nei confronti dell'immaginario invernale, ma se ancora il tutto non fosse abbastanza chiaro, basti dire senza mezzi termini che il suo cantato – per quanto evolutosi nell'arco della sua ancor breve carriera – nasce come calligrafico ricalco di quello di Jónsi. Ci si aggiungano quelle classiche nubi di droni che sono ormai corredo fisso di un certo modo di fare cantautorato, melodie leggere e cullanti, rintocchi elettronici e bagliori sognanti ereditati dal dream-pop classico e lo spettro sonoro sarà completo, al punto tale da rendere impossibile la comparsa in mente del nome Benoît Pioulard.

Uno degli indiscutibili vantaggi del formato Ep, senz'alcun dubbio oggi sovrasfruttato da più parti, è quello di permettere la “prova” di soluzioni senza l'esigenza assoluta di un riscontro particolarmente esaltante. Dimenticare un disco sbagliato è cosa difficile, tanto quanto lo è farsi colpire e folgorare da una manciata di brani magari slegati fra di loro. Insomma, poco rischio e tanta libertà, una soluzione senz'alcun dubbio un po' codarda ma che talvolta tende a permettere un migliore avvicinamento all'appuntamento sulla lunga durata. E discreta convinzione v'era anche sul fatto che per Samson, dopo la riproposizione dei medesimi scenari del discreto “Hello Friends, Goodbye Friends” nel suo debutto per Karaoke Kalk di due anni fa, fosse il momento di un passo avanti.

“Light Shadows” arriva dunque come preambolo all'evoluzione che è ora lecito aspettarsi caratterizzi il prossimo disco del giovane cantautore, e lo fa entrando a contatto in maniera delicata e progressiva con una forma-canzone più classica. In termini di suono, il tutto si traduce nello sviluppo di più corpose strutture ritmiche e nella rinuncia quasi totale alla componente drone, mantenuta esclusivamente nei soffi di vento gelido. Già, perché in quanto a immaginario, siamo sempre sulle montagne nordiche, ma anziché su cime innevate a contatto con la natura, l'esplorazione stavolta si addentra in quattro piccoli villaggi, e alle vaghe tonalità sfumate e livide si sostituiscono pennellate più rapide e intense. Parlare di cambio di rotta sarebbe eccessivo, ma il dato concreto è che la variazione sul tema tende, complice anche la breve durata, a funzionare.

In partenza “Rusting Giants” sembra ingannevolmente indugiare sulle medesime coordinate del passato, ma deve passare meno di un minuto prima che un battito intermittente ne animi il flusso sanguigno, avvicinandola da un lato alle miniature soft-pop degli ultimi Darkstar e dall'altro alla leggerezza briosa del miglior Tycho. L'adagio in chiusura di “Sanctuary” evolve in crescendo e ammicca senza nascondersi al verbo di Guthrie, mentre la limpidissima “Colliding With Oceans” si aggira in territorio Orcas (e non a caso a rimetterci mano vi è proprio Pioulard, che ne plasma peraltro una versione maledettamente irisarriana). “Empty Atoms” si siede comodamente su una malinconia (troppo) zuccherosa ma finisce per non sfigurare, sorte che invece tocca alle screziature abstract che i Ritornell donano al brano d'apertura. C'è da sperare che questo sia solo l'antipasto.

(31/05/2014)

  • Tracklist
  1. Rusting Giants
  2. Empty Atoms
  3. Colliding With Oceans
  4. Sanctuary
  5. Rusting Giants (Ritornell Rerustle)
  6. Colliding With Oceans (Benoît Pioulard Rework)
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