Rafael Anton Irisarri

Rafael Anton Irisarri

La fragile geografia dell'elettronica

di Valerio D'Onofrio

Partendo dalle prime influenze di piano post-minimalista, il compositore di Seattle ha virato verso sonorità elettroniche maestose, edificando cattedrali sonore che descrivono, in modo del tutto personale, paesaggi, emozioni e stati d'animo. Come ideali colonne sonore di una contemporaneità a un passo dal baratro

Tra i più significativi esponenti di musica elettronica degli ultimi 15 anni, è impossibile non citare il compositore americano Rafael Anton Irisarri. Proveniente da Seattle, convinto anticapitalista e ambientalista, ha creato una nuova grammatica ambient-drone, malinconica ma non depressiva, allo stesso tempo imponente e minimale, quasi fotografica nella sua capacità di ritrarre scenari e luoghi geografici.
Nella musica di Irisarri convivono echi delle gallerie malsane di Aidan Baker, rimasugli delle mareggiate notturne di Helios, qualche salto nel romanticismo di Eluvium, stalattiti ereditate dalle glaciazioni dell'ultimo Celer e l'immancabile passione per le classiche esplorazioni galattiche di quei corrieri che anni prima, nella sua stessa terra, hanno brevettato la forma classica dell'ambient music elettronica. Una sorta di summa delle declinazioni più terrene e concrete di un genere che negli ultimi anni è stato spesso condotto all'astrazione pura.
Queste sue caratteristiche lo candidano a essere uno dei più sinceri testimoni dei nostri anni. Il suo è un esempio illuminato di musica espressionista, intendendo con questo termine quella capacità di elaborare le sensazioni trasmesse da un paesaggio o da un ambiente, accentuando il più possibile l'aspetto emotivo rispetto alla mera sensazione percettiva (visiva, uditiva). Negli anni, Irisarri è stato capace di creare cattedrali sonore imponenti che descrivono, in modo del tutto personale, paesaggi, emozioni, creando colonne sonore di una contemporaneità a un passo dal baratro. Si potrebbe dire che sia riuscito a fare con l’elettronica quello che i Godspeed You! Black Emperor hanno fatto con il post-rock.

Viene spesso etichettato come compositore post-minimalista, probabilmente grazie al suo album d’esordio Daydreaming (2007), oggettivamente vicino a quella scena, grazie a un pianismo figlio della musica classica del 900 (da Satie a John Cage) sino al post-minimalista Michael Nyman. Pur non differenziandosi particolarmente da tanti dischi di piano post-minimalista con sottofondo elettronico, Daydreaming mostra comunque una vasta gamma di delicatezze elettroacustiche, incentrate sull’emozionalità del pianoforte, intorno alla quale affiorano qua e là tenui riverberi chitarristici e suoni liquidi derivanti dall’impiego della tecnologia dei synth quasi esclusivamente in fase di produzione, per creare piccole ambientazioni sonore dai contorni al tempo stesso sognanti e venati di oscura malinconia; scatole sonore tenere e dilatate, adagiate su un registro compositivo estremamente minimale.
Inizia “Waking Expectations” centellinando note al ritmo della morte, solcate da piccoli toni elettronici di rara grazia melodica. Si prosegue con la calma, con la pace intrisa nell’animo.
La rarefazione è ancor più accentuata nella successiva “A Thousand-Yard Stare”, brillante e gentile, capace di cesellare, con sapienza, atmosfere appena abbozzate, eppure così definite nella loro impalpabilità. Un approccio leggermente più scontroso e disordinato si manifesta in “Wither” dove il piano, casualmente, posiziona note pungenti, forti, decise, mentre piccole meteore, o stelle, se ne vanno per lo spazio, nelle vesti dei timbri regalati dal synth, con una chitarra svogliata ad affiorare in controluce.
Un episodio ambientale (“Voigt-Kampf”) raggiunge frangenti di pura emozione estatica, il cui proseguimento, “Fractal”, si attesta su una linea similare, leggermente screziata da scorie elettroniche più disgregate, vicine a certe sperimentazioni ambient-glitch già sentite in passato in artisti quali Oval, Loess e Pimmon. La conclusione è affidata a una briciola di beat amatoriale, spezzata, irraggiungibile e impercettibile, impalpabile per natura: scorre, la finale “A Glimpse”, si lascia andare in raffinate rarefazioni.
Con i suoi delicati quadretti impressionistici, Daydreaming” rivela il talento di un artista che cerca un posto accanto ai migliori interpreti di un ambito musicale, che sta divenendo sempre più frequentato.

Irisarri si dedica anche a un side-project di nome The Sight Below, che ricorda in vari momenti le sonorità di Loscil, Un articolato progetto, inizialmente votato a più pervasive divagazioni ritmiche in chiave ambient-techno ma ben presto sviluppatosi in modo tale da evidenziare trasognate fascinazioni di lontana matrice shoegaze. Non è un caso che il primo album, Glider (2008) riecheggiasse il titolo di un Ep dei My Bloody Valentine e che, a far seguito all'ottimo mini "Murmur", il successivo It All Falls Apart (2010) presenti la fattiva partecipazione di Simon Scott, già batterista degli Slowdive.
Fin dagli aspetti onomastici, senso di abbandono, caduta delle difese razionali e immersione nel flusso immaginario del suono costituiscono il fulcro intorno al quale insistono i 50 minuti di un album che nella sua vitalissima evoluzione esemplifica altresì quella di un progetto artistico in movimento da liquidità ambientali a riverberi immateriali, passando per drone e brulicanti inserti ritmici. Irisarri dimostra qui come la staticità ambientale non rappresenti la finalità ultima della sua musica, quanto piuttosto un punto di partenza, sul quale incardinare una miriade di altri elementi, così da pervenire a modulazioni che scolorano attraverso texture elettroniche, calde tonalità chitarristiche e pulsazioni talvolta decisamente pronunciate.
Nonostante il suo incipit potrebbe lasciar presagire il contrario, "It All Falls Apart" si attesta ben lungi dall'essere uno di quei dischi ambientali immoti e dalla difficile comunicatività: se anche le iniziali "Shimmer" e "Fervent" introducono in profondità liquide, le loro folate avvolgenti sono già costellate da caldi loop, increspature elettroniche tenui ma persistenti e saturazioni al tempo stesso sognanti e inquiete. Lungo tutto il disco, Irisarri sembra infatti lavorare sul sottile crinale che separa l'ipnosi più completa dalla soglia dell'attenzione, tenuta costantemente desta prima da ambientazioni niente affatto morbide e rassicuranti, e poi scossa con crescente energia da battiti che cominciano ad affacciarsi timidi e inattesi nella dubbeggiante "Through The Gaps In The Land".
Le componenti ritmiche finiscono ben presto per assumere il ruolo di cardine di affreschi sintetici in chiave quasi minimal-techno, che pervengono a libero sfogo nel corso dei 13 minuti di "Stagger".

It All Falls Apart potrebbe idealmente collocarsi in posizione di lucidissima sintesi tra le claustrofobiche profondità di Scott Morgan, le cupe elucubrazioni di qualche poeta dronico e le declinazioni elettroniche al tempo della techno di Wolfang Voigt. Il tutto è però condensato da Irisarri (e Scott) secondo uno spirito palpitante, costellato da riverberi e modulazioni dalla riconoscibile impronta chitarristica, che sviluppano in dimensioni attualissime l'eredità dreamy/shoegaze anni 90. La percezione di tale coniugazione d'approccio, che percorre un po' tutto il lavoro, si palesa soprattutto nei brani più dilatati della prima parte, ma trova il suo esito più esplicito e abbacinante nell'incredibile trasfigurazione di "New Dawn Fades" dei Joy Division, spogliata delle sue componenti ritmiche e abbandonata alle emozionali derive disegnate da filtraggi chitarristici vaporosi e dall'inedita interpretazione ad opera della sempre evocativa Jesy Fortino.

Un primo passaggio dal pianismo degli esordi all’elettronica avviene con Reverie (2010), Ep a suo nome che ha il merito di proporre una versione di piano e elettronica di uno dei capolavori del maestro dei tintinnabuli Arvo Part, “Fur Alina”, uno dei punti di riferimento di Irisarri.

Pochi mesi dopo è la volta di The North Bend (2010), primo di una lunga serie di Lp con un unico filo conduttore (potrebbe essere una regione geografica, un lago, un evento apocalittico o un manifesto politico) che si sviluppa brano dopo brano, creando casi originalissimi di concept-album strumentali che, senza l'ausilio di testi, riescono a descrivere quasi calligraficamente scenari complessi e stati d’animo, come un pittore espressionista farebbe con un dipinto.
The North Bend, in particolare, è dedicato alla città dove David Lynch ha ambientato la sua storica serie tv “I segreti di Twin Peaks”. Nonostante sia solo un piccolo anticipo della poetica di Irisarri che si paleserà negli anni a venire, sono presenti alcuni dei suoi aspetti tipici: le sue classiche stratificazioni di synth, le sovrapposizioni di chitarra e alcuni momenti che conciliano decadenza e epicità (“Passage”, “Blue Tomorrows”) o persino squarci di melodie da musica classica religiosa in “Traces”.

Nel 2012 il compositore di Seattle inizia una collaborazione con Benoît Pioulard a nome Orcas, registrando due Lp, Orcas (2012) e Yearling (2014), nei quali si allontana dai suoi classici stilemi per vagare al confine tra il pop e l’ambient.

Rafael Anton IrisarriSe buona parte delle sue intuizioni erano già state abbozzate in The North Bend, l'album del 2013, The Unintentional Sea è il primo lavoro in cui queste sono messe totalmente a fuoco. Una piccola perla di ambient espressionista in cui Irisarri mostra un talento debordante. Liberandosi da ogni forma di romanticismo in stile Eluvium, prendendo spunto in parte dai paesaggi nebbiosi del Tim Hecker di “Ravedeath 1972”, in parte dalle oscure piogge di Loscil (“Endless Falls”), Irisarri è pronto a imprimere la svolta decisiva alla sua carriera. Ancora una volta è un paesaggio a dare lo spunto allo sviluppo del disco, associato al racconto di una storia terribile, metafora di una prossima, possibile apocalisse, elemento che rende questo il primo album politico di Irisarri.
Il disco, quasi come fosse un dipinto, svela la storia del lago californiano Salton, protagonista di uno dei più grandi disastri ambientali della storia degli Stati Uniti. Nato nei primi anni del Novecento a seguito di una grande alluvione che, facendo esondare numerosi canali di irrigazione, inondò un’area desertica di poco meno di mille chilometri quadrati e alimentato da vari fiumi, alcuni provenienti dal Messico, il lago divenne megli anni Cinquanta un'autentica oasi naturalistica e meta turistica, salvo poi essere contaminato dalle acque di scarico di fabbriche e industrie sorte nel frattempo sulle rive dei fiumi che lo attraversano. Oggi sulle spiagge del lago giacciono alberi morti e carcasse di pesci, a fungere da tragico paesaggio assieme ai resti della presenza umana del periodo del suo splendore. I paesaggi odierni del lago Salton sono la visione dell’apocalisse: le case e gli alberghi abbandonati, gli scheletri di vecchi edifici testimoniano un ipotetico futuro mondo post-umano.
Irisarri affida la sua descrizione a cinque lunghe odissee sonore, imbevute di tristezza, malinconia e nostalgia. La sola “Fear And Trembling”, chiamata a musicare un primo impatto visivo e sensitivo, cerca un contatto con il macabro che si traduce in un brulicare di feedback su un terreno di droni fangosi e fetidi, prima che la nostalgia investa di bagliori delicatissimi la meravigliosa “Her Rituals”. Quella di “The Witness” è un'oscurità desolante, la notte che cala portandosi dietro il silenzio: non c'è vita né dinamismo di nessun tipo, e pure quando - nell'omaggio al maestro Harold Budd di “Daybreak Comes Soon” - le prime luci del giorno si affacciano, la nebbia ne filtra gran parte della forza.
Così anche l'unica concessione al pianoforte di un disco per il resto per la prima volta totalmente elettronico si spegne in una ragnatela di nebulose, pronta a ridursi solo nel finale da lacrime dell'altra gemma del disco, la desertica “Lesser Than The Sum Of Its Part”. Un inchino a quei flussi che Steve Roach ha esplorato in ogni minimo dettaglio, evoluto e mescolato in ogni combinazione possibile, con i quali ha musicato i paesaggi più disparati. E la chiusura con esplosione noise e successivo corale sintetico sembra quasi uno sfogo, con conseguente e speranzosa preghiera, una presa di posizione su una situazione che rischia di mettere a repentaglio la salute dell'intera California, a causa per assurdo di quella che fu, tempo fa, uno dei luoghi naturalistici più belli del mondo. Musica d'ambiente che arriva a farsi, al culmine del suo pathos, musica per l'ambiente. Sublime, nel significato più strettamente romantico del termine, che si fa ambient music.

Crudo e senza alcuna pietà rivolta per l’uomo che consente la distruzione di interi habitat e oasi naturali, The Unintentional Sea è il disco che fa comprendere la diversità di Irisarri rispetto ai suoi contemporanei, chiarendo anche la sua visione politica, con il lago Salton che diviene lucida metafora di quello che potrebbe accadere in una scala molto più ampia.

Due anni dopo Irisarri continua la sua evoluzione pubblicando due Ep e un Lp. Con Will Her Heart Burn Anymore (2015) amplifica l’utilizzo della chitarra con distorsioni sempre più noise, in quattro lunghe improvvisazioni di droni ambientali disturbati. Paesaggi dell'anima, dunque, resi attraverso il contrasto tra droni e screziature di rumore, componenti che si rifanno a stati d'animo opposti eppure conviventi. Esattamente come l'oscurità (paradossalmente) serena che avvolge nei 5 minuti del primo brano (“22”). L'esplosione successiva, denominata “60”, pare rappresentare il “tesoro nascosto”, rovente e impossibile da maneggiare senza ustionarsi, ma al cui cuore c'è un sentimento fin troppo familiare, reso attraverso una massa armonica nascosta dalle distorsioni. Quest'ultima si mostra nella miniatura melodica di “00” in tutta la sua umiltà, levigata e quasi privata della sua magniloquenza, una volta rimosso lo “strato protettivo” superficiale. L'intermezzo di “PLUS”, invece, cresce lentamente da una base dimessa fino ad avvinghiare nel profondo: è una sorta di autodifesa, di muro ultimo prima dell'ingresso definitivo.

Il successivo Unsaid (2015), è composto da un unico brano di droni minacciosi lungo ventisei minuti, preannuncia l’imponenza che diventerà tipica del suo stile.

Rafael Anton IrisarriPochi mesi dopo pubblica uno dei suoi indiscussi capolavori, A Fragile Geography (2015), Lp in cui diventa punto di riferimento dell’ambient contemporaneo, vertice indiscusso nel creare mood in cui la malinconia e il clima apocalittico si condensano con l’imponenza, come cattedrali costruite in un mondo in cenere. Il tema è il contrasto e la fragilità dei precari equilibri che regolano la società moderna, le tensioni dell'America contemporanea, perennemente al confine tra la magniloquenza di una grande potenza e l’ingiustizia sociale e politica su cui questa grandezza si basa. L'album racconta un'America dominata dalla dicotomia meraviglia-dramma, a livello politico, sociale, territoriale e, ancor prima, geografico. Il tutto mantenendo inalterata la convivenza tra impressione (ora non più solo paesaggista e concreta ma anche e soprattutto spirituale e sociale) ed espressione (come metodo espositivo e compositivo).
L'introduzione languida per piano e flussi di “Displacement” funge da ponte con il passato recente e da separé tra l'attitudine organica e pittoresca di Irisarri e il trascendentalismo emotivo di Lawrence English. Il manifesto sonoro del disco arriva però subito dopo: “Reprisal” introduce alla magniloquenza e al massimalismo drone che costituisce il nuovo traguardo estetico dell'artista. L'incontro fra presente e passato è celebrato nella commovente “Persistence” da una melodia dimessa “squarciata” da droni vibranti.
Ma è “Empire Systems” l’apoteosi di questo ambient monumentale e straziante allo stesso tempo. Da molti punti di vista, è un'opera maledettamente nostalgica, quasi un omaggio alla musica cosmica di Klaus Schulze, ma nonostante la sintassi sia simile, gli obiettivi sono totalmente differenti. Cuore pulsante della miriade di stimoli racchiusa nell'album, “Empire Systems” è un autentico capolavoro, da affiancare a “Graceless Hunter” di Lawrence English e a “Black Refraction” di Tim Hecker in un glossario su questa maniera comune di intendere la musica atmosferica. Il finale di “Secretly Whishing For Rain” rientra per un attimo nei sentieri dimessi di Daydreaming riconvertendoli in una sorta di requiem per la contemporaneità, traduzione in musica dell'eloquente (e altrettanto splendida) copertina. Vi si oppone a posteriori la breve “Hiatus”, squarcio di luce sintetica e possibile risposta alla domanda indiretta di John Chantler: there's “Still Light, Outside”.
Concentrato di quanto espresso è infine “Unsaid”, ventisei minuti condensati su Ep e “regalati” ad affiancare e completare il ritratto dell'album. Al loro interno tutte le sensazioni da cui è nato il più sofferto e personale disco di Irisarri sembrano compattarsi in un monologo fatto di ombre, droni inquieti, armonie stratificate e note disturbate.

Il tempo è pronto per il suo lavoro più maturo - The Shameless Years (2017) - quello in cui estremizza il suo anticapitalismo e, in questo caso, l’antitrumpismo. Siamo nel 2017, Donald Trump ha inaspettatamente vinto le elezioni presidenziali Usa e per Irisarri è il punto finale di un percorso di decenni di liberismo sfrenato, impoverimento culturale, guerre e aumento delle differenze economiche tra stati e tra classi sociali. Gli anni senza vergogna sono il nuovo oggetto di osservazione del compositore: anni vissuti in prima persona da spettatore impotente che ha come sola arma la sua capacità comunicativa, anni di un rinascente razzismo, del capitalismo senza freni, dell'odio dell'uomo verso l'uomo, dell'estremismo religioso e delle guerre senza fine. Il trumpismo così diventa un sorta di involontario simbolo della contemporaneità, di illusioni di muri salvifici, di improbabili ritorni a presunte identità "etniche" o "razziali", di egoismi senza limiti che prevaricano ogni senso di comunità.
Irisarri trova anche due strade concrete per manifestare il proprio dissenso, diventando egli stesso testimonianza di fiera diversità: fa produrre "Shameless Years" alla Umor Rex, etcihetta attiva in Messico - paese spesso vilipeso nella campagna elettorale di Trump - e registra gli ultimi due brani con la collaborazione dell'artista iraniano Siavash Amini, cittadino di uno stato ritenuto "canaglia" dalla maggioranza dell'opinione pubblica.
Se l'affresco della società americana appare impietoso e degradante, Irisarri sembra voler offrire una speranza; ma le speranze, come ci ha insegnato George Orwell nel suo capolavoro "1984", non possono nascere dall'alto - luogo di volgare ricchezza che alimenta narcisismo illimitato - bensì dal basso. Orwell diceva dai "prolet", Irisarri intende dalle popolazioni povere, continuamente offese e discriminate.
Come nel disco precedente, è la tragica imponenza dei synth a colpire l'ascoltatore: una magniloquenza che trova in sprazzi di melodia la sua chiave emotiva ("Indefinite Fields"). Le gelide distorsioni di "RH Negative" sconquassano ogni sicurezza e descrivono, come vere pennellate, i sentimenti di chi ha coscienza di vivere in questi "anni senza vergogna"; le percussioni entrano a far parte della strumentazione di Irisarri che qui raggiunge uno dei momenti più commoventi della sua carriera. "Sky Burial" accentua l'elemento melodico dilatando al massimo il suono della chitarra manipolata.
"Bastion", invece, gioca ancora la carta dell'imponenza schulziana ma stavolta con accenti più austeri e tipici della precedente discografia di Irisarri. I due brani finali - "Karma Krama" e "The Faithless" - nati dalla collaborazione col musicista iraniano Siavash Amini, sono ben più oscuri, figli di una poetica dark-ambient che lascia ben poco spazio a spiragli di luce. Entrambi i titoli sembrerebbero rimandare a quella componente religiosa che potrebbe diventare il vero brodo primordiale di un nuovo conflitto. I lunghi synth di "The Faithless" (13 minuti), con la loro stasi apparente, quel clima quasi crepuscolare che sembra esplodere da un momento all'altro senza mai deflagrare, appaiono emblematici sia di questa fase intermedia della nostra contemporaneità, sia della poetica potenza espressiva di cui è capace Irisarri.

Il 2017 lo vede ritornare alle collaborazioni, prima nel progetto Gailes (ancora una volta con Benoît Pioulard) con l’album Seventeen Words che abbandona il pop-folk-music ambientale dell'esperienza Orcas, dando alle trame di Irisarri una maggiore influenza.
La lenta crescita di “Requiem For An Airport Television Newsreader” è tipicamente irisarriana nell’incedere e nello sviluppo. I synth cosmici di “Surface Variations In The Snowfall” inizialmente citano i maestri cosmici tedeschi (Schulze in primis) ma successivamente la chitarra e il piano manipolati sembrano trasportarci dall’elettronica degli anni 70 a quella contemporanea in pochi secondi. Anche qui la crescita costante assume aspetti drammatici, seppur intrisi di quell’elemento romantico più caro a Pioulard.

Nel frattempo Irisarri inizia una nuova collaborazione, stavolta con il musicista argentino Leandro Fresco. Il primo frutto della loro collaborazione è La Equidistancia (2017), nuovo tassello politico di Irisarri, dove equidistanza sta per punto d'incontro che esalta e non svilisce nessuna delle personalità e sensibilità portate in dono dai due musicisti.
Viene quindi tracciato questo ponte immaginario tra le due Americhe, quella ricca del Nord con la povera del Sud, in un filo conduttore che cerca di avvicinare la New York famelica e trumpiana di Irisarri con la Buenos Aires disperata e vitale di Fresco. L'ibridazione tra l'elemento ambient più etereo di Fresco e quello più crudamente realista di Irisarri - dove molto spesso è protagonista una natura offesa dalla presenza pervasiva dell'uomo - trova una sintesi perfetta in vari momenti dell'album.
"Un Horizonte En Llamas" è il brano principale, una summa della recente poetica di Irisarri, plasmata da un'elettronica nostalgica e densa di emotività. Il loop di "Cuando El Misterio Es Demasiado Impresionante, Es Imposible Desobedecer" mostra i due elementi che si fondono virtuosamente (loop di Fresco e texture di Irisarri). La progressione continua con i venti elettronici di "Bajo Un Ocaso Desteñido" e con i fenomenali crescendo - culminanti in paesaggi chitarristici à-la Ben Frost - di "Lo Esencial Es Invisible A Los Ojos". A questi momenti maestosi se ne affiancano altri glaciali ("Entre La Niebla" o "Las Palabras Son Fuente De Malentendidos"), ma la freddezza musicale di Irisarri e Fresco è sempre carica di pathos, in un perenne equilibrio tra capacità descrittiva e impatto emotivo di cui Irisarri è, ormai da anni, maestro indiscusso.

Rafael Anton IrisarriIl 2018 è un anno incredibilmente prolifico per Irisarri, che pubblica ben tre album a suo nome. Il primo, Midnight Colours (2018), torna alle atmosfere più apocalittiche, immaginando gli ultimi due minuti di vita dell’umanità e tentando di descrivere i colori e le atmosfere della mezzanotte che preannuncia l’apocalisse, dallo scoccare inesorabile delle lancette dell’orologio ai ricordi dei possibili bivi che avrebbero potuto salvarci ma nei quali la strada intrapresa è stata sempre quella sbagliata (Irisarri si riferisce in particolare agli accordi sul clima di Parigi del 2015). E’ un lungo requiem elettronico che preannuncia gli ultimi respiri; il suono è quindi deliberatamente obsoleto e degradato, straripante di fruscii da vecchio vinile che ricordano quanto di vecchio e distruttivo ci sia nel "nuovo" che avanza. Irisarri ricerca questo effetto di obsoleta registrazione di bassa qualità, che ricrei la stessa sensazione che si dovrebbe avere guardando un vecchio giornale sgualcito degli anni 50 che parla della bomba H e che “ci ricorda di come siamo tutti condannati".
La poetica di Irisarri si mantiene costantemente tra imponenza e depressione, tra malinconia e potenza, con aspetti cinematici, tra l’ambient dilatato e una continua attenzione per i dettagli, in un turbinio di emozioni contrastanti che sono la sua principale cifra stilistica. In Midnight Colours si accentua l’aspetto pulsante, come a sottolineare il tempo che inflessibilmente va avanti, come se Irisarri contasse gli ultimi secondi che ci separano dalla mezzanotte. "The Clock" è il brano più tipicamente irisarriano, con un drone percussivo che ostinatamente si fa spazio su uno straziante tappeto di synth dai tratti persino sinfonici, che rimanda a buona parte della sua precedente discografia.
L’orologio avanza e il sipario inizia a cadere con “Curtain Falling”, secondo brano in cui il drone è una semplice nota ripetuta che dona ritmo e impulso a synth ben più eterei e consolatori, simili a un’elegia funebre. Ma l’aspetto funereo non è l’unico, c’è anche il rimpianto per quello che non è mai stato fatto nonostante i vari segni premonitori: "Oh Paris, We Are Fucked" si riferisce proprio agli accordi di Parigi sul clima, fin troppo teneri verso le grandi potenze, per giunta sbeffeggiati da Trump che definisce gli studi scientifici come semplici "teorie". La rabbia lascia lo spazio allo sconforto con fuligginosi venti elettronici simili al "Cruel Optimism" di Lawrence English.
Con “Every Scene Fades” si passa dallo sconforto all’ansia, se non addirittura al panico. Stavolta sono le percussioni industrial, simili al lento martellare di una fabbrica, a incidere su echi di synth e archi. La breve "Two And A Half Minutes" si culla tra pulsazioni dub in stile Loscil, mentre "Drifting" e "A Ruptured Tranquility" chiudono con un lugubre viaggio in un’oscurità che diventa sempre più assoluta.

Per Irisarri è il nero il colore principale della mezzanotte, ma non tanto oscuro da non poter intravedere - nonostante tutto - barlumi di speranza, forse proprio grazie all’amore incondizionato per la propria arte, testimonianza di una diversità orgogliosa che è la vera speranza per il futuro, il primo tassello del successivo Sirimiri (2018), pubblicato appena tre mesi dopo e nuovo frutto della collaborazione con l'etichetta messicana Umor Rex.
Stavolta sembra sorgere una luce dalle macerie, come in un ciclo vitale senza fine.
Sirimiri - parola basca traducibile in pioggerella o piovasco - pare l’album dell'espiazione e del perdono, della fine che è anche un nuovo inizio, come una pioggia che lava e rigenera. Una sorta di redenzione in cui Irisarri placa la rabbia e contempla ciò che è stato senza rimpianti, come un osservatore esterno che intravede speranzoso una seconda opportunità. Non più un’elegia funebre, dunque, ma un inno alla rinascita.
Viene accentuata l'enfasi su una registrazione volutamente obsoleta, con loop di synth e chitarre che si sovrappongono mantenendo ad alti livelli la consueta capacità descrittiva di Irisarri. Collaborano Carl Hultgren del duo Windy & Carl in “Sonder” e il meno noto musicista ambient Taylor Jordan in "Mountain Stream".
Sono solo quattro i brani della rinascita e tra questi spicca l’iniziale “Downfall”, struggente nelle atmosfere ma maledettamente nostalgica dei primi suoni di Irisarri. Solito drone che cresce imponendosi sempre più fino a raggiungere livelli di passione ed emotività che pochi musicisti ambient possono permettersi. "Sonder" è il brano più lungo e dilatato (14 minuti) dove la chitarra di Hultgren lascia il segno e asseconda i flebili ricami dei synth di Irisarri. "Vasastan" e "Mountain Stream" cambiano tono, risultando i momenti più riflessivi e ipnotici: il primo gioca su semplici rumori di sottofondo e pulsazioni variabili d'avanguardia, mentre il secondo diventa una versione contemporanea di piano di "Music For Airports" di Brian Eno, una sorta di musica per un nuovo mondo da riempire di suoni e speranza. "Mountain Stream" è la traccia che potrebbe segnare un nuovo percorso di Irisarri, un'idea che potrebbe diventare lo spunto per un suo nuovo, prossimo futuro.

A completare il trittico del 2018, giunge El Ferrocarril Desvaneciente (2018), dedicato ai ricordi e alle sensazioni di un viaggio in treno verso la Spagna. Un viaggio verso il sud che sa di mondo nuovo, di speranza, di colori e poesia. Un percorso solitario in luoghi sconosciuti, descritto con loop maestosi che confermano Irisarri come uno dei più capaci poeti dell’elettronica contemporanea.
I quattro brani sono un unicum incessante di synth crescenti, ricchi di sensazioni positive tipiche del viaggiatore carico di speranza. Un ottimismo che raramente Irisarri aveva concesso alla sua discografia. L'esperienza più potente è certamente quella dell'ascolto senza soluzione di continuità, ma tra i quattro brani sono da segnalare i due più lunghi: l'iniziale "Transeúntes" e la finale "La Chica De Valladolid".
Appena 22 minuti che aggiornano la tavolozza sonora del compositore statunitense; non nuove intuizioni ma un arricchimento di quello che Brian Eno definirebbe “un versatile catalogo di musica ambientale adatta a un’ampia varietà di stati d’animo e di atmosfere”. Una musica che non deve sovrastare le caratteristiche dell’ambiente e conseguentemente azzerarle (Eno si riferisce alla muzak che nasce per arricchire l’ambiente di elementi non preesistenti), ma che deve metterle in evidenza il più possibile. Se per Eno la musica ambient deve creare “uno spazio per pensare”, potremmo dire uno spazio invalicabile di pensiero, di estraniazione dagli stimoli esterni in contrapposizione al non-pensiero dominante, allora Irisarri può candidarsi a essere il più sincero discepolo del maestro.

Nel 2019 Irisarri torna a concentrarsi sul tema ambientalista, osservandolo stavolta dalla parte delle persone che soffrono psicologicamente per l’impotenza nei confronti di una società che corre alla massima velocità verso il suo baratro. Ne nasce Solastalgia, parola coniata dal filosofo australiano Glenn Albrecht nel 2003 per descrivere l’ansia e il disagio esistenziale, forse il senso di colpa, che alcuni uomini più sensibili portano come un insopportabile peso dentro sé stessi. La musica, in questo caso, diventa l'espediente catartico per poter sopportare tale angoscia. Il suono si fa ancora più monolitico e intenso, tanto da apparire come un inarrestabile flusso senza possibilità di regressione, come fosse un meccanismo ormai lanciato a velocità estrema che non può né fermarsi né rallentare.
“Deacy Waves” parte subito con un'intensità che è tipica della poetica di Irisarri, con quel muro sonoro invalicabile che è capace di una forza espressiva disarmante. Le stratificazioni di chitarra e synth si aggrovigliano tra loro per ritrovare quel timbro che è il marchio di fabbrica del compositore americano. Dopo tanto tormento interiore, “Coastal Trapped Disturbance”, come nel più solenne dei requiem, riprende l’imponenza delle cattedrali sonore della precedente discografia con un inno a una natura perduta che urla il proprio dolore, diventando come la campana che preannuncia un funerale. Come spesso accade la grandezza di Irisarri viene raggiunta nei momenti più ambivalenti, dove intensità emotiva, speranza e disperazione sembrano tenersi per mano, dove nessuna prevale sull’altra. "Kiss All The Pretty Skies Goodbye" è più sperimentale, con registrazioni ambientali e sovraincisioni di chitarra estremamente cupe. “Black Pitch” chiude con un vento di synth senza tregua che incede con sempre maggiore forza verso il nulla di un futuro incerto.
Irisarri continua il suo viaggio nelle paure della contemporaneità, confermandosi un testimone attento e infaticabile dei nostri tempi, artista totale capace - con la sua musica - di pennellare immagini di straordinaria vividezza.

La collaborazione con Leandro Fresco si rinnova nel 2020 con Una Presencia En La Brisa. L'incontro tra i due artisti genera un crocevia dove le cascate di synth si incontrano per alternare momenti riflessivi ad altri più violenti. Tra questi spicca il brano più imponente, "Mientras Más Me Alejo De Ti, Menos Me Importa Cuan Lejos Estoy", alternanza di monolitici muri sonori e scossoni ritmici violenti e martellanti. È il brano (come intenderebbe il titolo) della fratellanza tra i due artisti, legati da un legame fortissimo pur essendo separati da migliaia di chilometri di distanza. Questa connessione umana si ritrova nei malinconici venti cosmici di "El Reflejo Que El Sol Ha Perdido" o nella spirali elettroniche intersecate alle rare note di piano di "El Vacío En Sus Ojos". Quando un minimo di melodia emerge, Irisarri la sommerge con le sue stratificazioni, come la bufera che sotterrerà ogni manufatto umano e ogni ricordo della nostra esistenza.
La poesia di Irisarri e Fresco, pur cercando di descrivere il legame indissolubile tra due artisti affini, rimane comunque costantemente malinconica e disincantata, come in "Cuando La Rutina Nos Toma Desprevenidos", riflessione sullo scorrere ineludibile del tempo, o in "El Viento Aún Nos Lleva Sumergidos", dove il vento sommerge definitivamente ogni nostra ambizione narcisista.

Nel 2020 giunge la nuova evoluzione sonora di Peripeteia, parola greca traducibile proprio in "punto di svolta". Un cambiamento che ovviamente non fa rima con tradimento delle proprie idee o della propria poetica visionaria, bensì si traduce in un rinnovato spirito di ricerca che inverte oggetto e soggetto. Se la musica di Irisarri prendeva sempre spunto dall’esterno, alterando la percezione dell’oggetto scelto per dipingere con la musica una visione del mondo che andasse molto oltre il punto di partenza iniziale (ad esempio, la vicenda del lago fantasma di “The Unintentional Sea” trasformata in monito per gli oltraggi all’ambiente), creando musica fondamentalmente espressionista (cioè capace di descrivere un oggetto o un luogo dandone un'interpretazione personale figlia della sensibilità dell’autore), ora Irisarri inverte la prospettiva. Non parte più dall'esterno ma dall’interno, concentrandosi sul personale per raccontare una storia umana più ampia. Ne nasce un lavoro ambivalente, figlio di sensazioni altalenanti tra fugaci momenti di ottimismo (“Arduous Clarity”) e inarrestabili cadute in baratri senza fine (“Fright And Control”).
L’iniziale “I Still Have The Sun To Cast A Light” possiede il tipico incedere irisarriano, con le consuete stratificazioni e distorsioni che sono la sua principale peculiarità, con quel “suono”, quel timbro che è riconoscibile in un attimo da tutti gli appassionati della musica ambient contemporanea. È a tutti gli effetti la sua ennesima sinfonia elettronica, aperta, ariosa e imponente. La potenza lascia velocemente spazio all’emotività, ai venti elettronici cupi con echi di synth e lontani cori manipolati di “Mellified”, interessante fusione di atmosfere di cori vagamente religiosi e synth claustrofobici.
“Arduous Clarity” cambia totalmente registro, dando vita a nuovi mondi, a nuove visioni. L'ottimismo sembra prevalere, la luce superare l’oscurità grazie a una serie veloce di note che si congiungono alle consuete stratificazioni di Irisarri, con sintetizzatori giocosi che ricordano le soundtrack da videogame di C418 (quello di “Minecraft”, per intenderci). Ma la luce dura pochissimo: “Refuge/Refuse”, uno dei brani più tristi e intimi del compositore americano, ci riporta immediatamente nei luoghi orridi dove sopravvivono fantasmi che urlano la loro disperazione, la loro scomparsa e la loro sofferenza, con cori manipolati, presumibilmente ispirati alle moderne tragedie dei profughi. Il nero diventa sempre oscuro sino a “Fright And Control”, viaggio industrial da incubo e “Vanishing Points”, che incede lentamente per svanire nel nulla da dove era partito.

Peripeteia è a tutti gli effetti la sua ennesima sinfonia elettronica, aperta, ariosa e imponente. La conferma di un artista capace da sempre di muoversi sul filo, ben più labile di quanto possa sembrare, che separa impressione ed espressione, scovando le modalità più efficaci per squarciarlo. La sua principale specialità resta appunto quella di dare forma a impressioni tradotte in suono da una prospettiva squisitamente soggettiva, personale, carica di sentimenti anche contrastanti, espressionista appunto.

Contributi di Alessandro Biancalana, Raffaello Russo, Matteo Meda



Rafael Anton Irisarri

La fragile geografia dell'elettronica

di Valerio D'Onofrio

Partendo dalle prime influenze di piano post-minimalista, il compositore di Seattle ha virato verso sonorità elettroniche maestose, edificando cattedrali sonore che descrivono, in modo del tutto personale, paesaggi, emozioni e stati d'animo. Come ideali colonne sonore di una contemporaneità a un passo dal baratro

Rafael Anton Irisarri
Discografia
 RAFAEL ANTON IRISARRI
  
 Daydreaming (Miamash, 2007)
 Reverie Ep (Immune, 2010)
 The North Bend (Room40, 2010)
The Unintentional Sea (Room40, 2013)
 Will Her Heart Burn Anymore Ep (Room40, 2015) 
 Unsaid Ep (Room40, 2015)
A Fragile Geography (Room40, 2015)
The Shameless Years (Umor Rex, 2017)
 Midnight Colours (Geographic North, 2018)
 Sirimiri (Umor Rex, 2018)
 El Ferrocarril Desvaneciente (Umor Rex, 2018)
Solastalgia (Room40, 2019)
 Peripeteia (Dais Records, 2020)
  
 THE SIGHT BELOW
  
 Glider (Ghostly International, 2008)
It All Falls Apart (Ghostly International, 2010)
  
 ORCAS (CON BENOIT PIOULARD)
  
 Orcas (Morr Music, 2012)
 Yearling (Morr Music, 2014)
  
 GAILES
  
 Seventeen Words (Ba Da Bing Records, 2017)
  
 RAFAEL ANTON IRISARRI & LEANDRO FRESCO
  
 La Equidistancia (A Strangely Isolated Place, 2017)
 

Una Presencia En La Brisa (A Strangely Isolated Place, 2020)

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Leandro Fresco & Rafael Anton Irisarri su OndaRock
Recensioni

LEANDRO FRESCO & RAFAEL ANTON IRISARRI

Una Presencia En La Brisa

(2020 - A Strangely Isolated Place)
Seconda collaborazione tra New York e Buenos Aires dei due compositori

RAFAEL ANTON IRISARRI

Peripeteia

(2020 - Dais Records)
Un apparente punto di svolta per l'affermato compositore americano

RAFAEL ANTON IRISARRI

Solastalgia

(2019 - Room40)
Il compositore americano descrive la paura e l'angoscia per gli inarrestabili cambiamenti climatici

RAFAEL ANTON IRISARRI

Midnight Colours

(2018 - Geographic North)
La colonna sonora del giorno del giudizio e della "mezzanotte" dell'umanità

RAFAEL ANTON IRISARRI

Sirimiri

(2018 - Umor Rex)
Dopo la mezzanotte emergono lievi barlumi di luce nell'estetica del compositore americano

RAFAEL ANTON IRISARRI

El Ferrocarril Desvaneciente

(2018 - Umor Rex)
Il compositore americano arricchisce il suo catalago di musica per ambienti

LEANDRO FRESCO & RAFAEL ANTON IRISARRI

La Equidistancia

(2017 - A Strangely Isolated Place)
Ibridazione perfetta nell'inedita collaborazione di uno dei maestri dell'elettronica contemporanea

GAILES

Seventeen Words

(2017 - Ba Da Bing Records)
Rinnovata collaborazione tra due pilastri dell'elettronica di ricerca contemporanea

RAFAEL ANTON IRISARRI

The Shameless Years

(2017 - Umor Rex Records)
L'impietosa descrizione della moderna società americana diventa l'emblema degli attuali "anni ..

RAFAEL ANTON IRISARRI

Will Her Heart Burn Anymore

(2015 - Room40)
Solo sessanta copie per questo piccolo gioiello firmato dall'impressionista americano

RAFAEL ANTON IRISARRI

A Fragile Geography

(2015 - Room40)
L'artista americano firma un disco-emblema dell'attuale avamposto della musica atmosferica

RAFAEL ANTON IRISARRI

The Unintentional Sea

(2013 - Room40)
L'angosciante storia del lago Salton ispira la nuova opera ambient del polistrumentista californiano

THE SIGHT BELOW

It All Falls Apart

(2010 - Ghostly International)
Ambient-techno e carezze dreamy in un'emozionante sintesi elettronica

RAFAEL ANTON IRISARRI

Daydreaming

(2007 - Miasmah)
Un nuovo, delicato intreccio tra pianoforte ed elettronica

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