Il duo irlandese traccia un percorso sonoro (de)frammentato, evocando, il più fedelmente possibile, la propria ideale concezione di techno polare applicata al bioma sub-artico: il paesaggio (ipotetico) e il climax delle dieci tracce rispecchiano appieno le caratteristiche di una terra poco indulgente ma ricca di fascinose espressioni.
Nonostante le atmosfere appaiano alquanto desaturate e private di qualsiasi fronzolo, all’atto pratico i brani sono invece ricchi di sfumature. La natura della tundra viene rappresentata nei suoi cicli stagionali attraverso suoni diurni (abbacinanti e rarefatti) e notturni (crepuscolari e dilatati come l’eterna notte nelle lande iperboree). Gli spietati rintocchi sintetici schioccano, sovrapposti a incalzanti partiture elettroniche, assumendo le sembianze di ballate inquiete anche – e soprattutto – con la complicità di alcuni scarni e oculati field recording: capita che le voci degli Inuit o i cori angelici di una messa servano ad alleviare, parzialmente, il dolore di lancinanti – crudeli – sommovimenti post-industriali (quanto Andy Stott nell’incantevole “Milch”).
Sotto le apparenti sembianze, nel contesto gelido delle dieci tracce, velocemente gli orizzonti e gli scenari si susseguono in chiaroscurale altalena: l’Idm mimetico di stampo Warp in “Echtrae” (vedi Boards of Canada), “Halite” e “Herald”, la frenesia dronica dei Fuck Buttons nella complessa “Mountanin Divide”, la mano ferma di compositori baltici in “Three Songs” si incastona con chirurgici refrain (la matericità dei primi Matmos?).
La dark-ambient epica ma sovraeccitata di “Ton’neru” e “Pylon”, il sonico rumorismo organico della title track e perfino un (bel) po’ di techno minimale in odore di post-dubstep per “Oktavist”.
In questo bailamme di generi ne esce tuttavia una colonna sonora coerente, algida e affascinante, che ben si adatterebbe a una sci-fi cinematografica, intellettuale e dinamica al contempo; ma crediamo pure che potrebbe funzionare per una bella introspezione… d’urto.
11/06/2015