Trio di strumentisti con svariate esperienze in complessi dell’entroterra padovano, Riccardo Zulato alla chitarra, Mattia Bonafini a basso ed elettronica e Alessandro Bonini alla batteria, formano i Lorø per l’omonimo “Lorø”.
A dire il vero il disco parte maluccio. “Pollock” e “Thalia” (e più avanti una più interessante “At Mortem”) sono progressioni, tanto ben architettate quanto vuote, di prog-metal con pacchiani sovratoni gotici delle tastiere. Una sofisticata fusion persino afferente alla Mahavishnu Orchestra più kitsch anima “High Five”, anche se poi campeggia uno stoner tutto Kyuss avvelenato dall’elettronica. L’applicazione del minimalismo electro al post-rock ha dato ben altri risultati (Battles).
Una certa serietà compositiva e interpretativa s’intravede nel fantasma industrial che si aggira tra riff e controtempi post-hardcore e post-metal – più barocchi che realmente brutali – di “A Trick Named God”, assorbendo poi questa jam inutilmente fracassona in un soundscape esile, stridente e gassoso.
Questo tocco di classe è il massimo che l’opera possa offrire, giacché anche il poemetto elettroacustico di risonanze tibetane di “Ø”, sorta di appendice della coda di “A Trick Named God”, suona alla meglio immaturo.
Nonostante gli alti (pochi) e i bassi (molti), qui finisce in ogni caso la parte ancora musicale. Gli ultimi brani replicano all’esasperazione i medesimi elementi, elementi già di per sé presi e replicati da millemila esperienze estere e italiane. E riff distorti, e doppi tempi di batteria, e basso duro, qualche tocco industrial, così ad libitum. Talmente simili che si potrebbe scambiarli un con l’altro.
Ciò che davvero spacca, oltre alla gran cordata di etichette (Red Sound, Dio))Drone, In The Bottle, Icore Produzioni, Cave Canem), è il progetto grafico che ne fa da confezione, un packaging con serigrafia su plexiglass in copie numerate. Anche libero download.
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08/06/2015