Nils Frahm

Solo

2015 (Erased Tapes) | modern classical

Imprevedibile, istrionico, contraddittorio. In una parola: umano. Nils Frahm (ci) piace soprattutto per questo. A differenza dei tanti (troppi) calligrafi che lo hanno affiancato e lo affiancano tutt'oggi in quell'universo sonoro impropriamente definito modern classical, Nils è un tipo spontaneo, che non si chiude nessuna porta, che apprezza e sperimenta le soluzioni più diverse. Uno che nei live si diverte ancora, che sguazza fra un arpeggiatore e un synth, una drum machine e il suo fido pianoforte con la foga e la gioia di un bimbo immerso nei giocattoli. Uno a cui l'entusiasmo lo leggi negli occhi. Un trascinatore, per certi versi.

Tutto questo si riflette, da sempre, nella sua musica, tanto quanto nel suo approccio alla produzione di artisti che al suo tocco devono tantissimo (Piano Interrupted, Chantal Acda, Greg Haines e Sebastian Plano, giusto per nominare i più recenti). Ecco spiegato in soldoni perché il suo nome sia ormai sdoganato ben oltre la nicchia degli amanti di questo suono – anch'essa comunque in espansione costante – ed ecco perché la sorpresa di un suo album solista diffuso gratuitamente abbia fatto il giro del mondo in pochi giorni. Dimostrazione che la tecnica per promuovere il suo progetto di organizzare un Festival nella sua Berlino in occasione del Piano Day 2017 ha avuto successo.

Questa infatti la natura originaria di “Solo”, disco che potremmo rapidamente identificare come sorta di anello di congiunzione tra le sfumature oniriche di “Felt” e l'intimismo ridotto all'osso (anche troppo) di “Screws”. Come in quest'ultimo, il pianoforte è protagonista assoluto e voce principale, accompagnato però in parecchie occasioni ora dalla chitarra ora da sussurri elettronici. Quasi a voler trovare un compromesso definitivo tra il Frahm che (ci) piace – quello giocoso, coinvolgente, dinamico e dai mille volti di “Spaces” il cui habitat ideale è il palco – e quello riflessivo, contemplativo, intimo e ambizioso che cerca nuove sfide in studio.

Qui siamo in realtà di fronte al disco forse più autocelebrativo e meno azzardato della sua carriera, e per una volta questo non si profila come un aspetto negativo. Perché il toccante notturno di “Chant”, la furia scatenata e martellante di “Wall”, l'intima riflessione in tempi dilatati di “Some” e l'introduzione bucolica e dolce di “Ode” sono gemme da fuoriclasse che in molti si sognano, e per le quali metteremmo senza esitare la firma. Se poi a questo si aggiunge un colpo da maestro come “Four Hands”, lezione di classe e delicatezza che in “Felt” sarebbe stata ciliegina sulla torta, il bottino non può che dirsi eccellente.

Il tocco umano stavolta è marcato e percepibile, e anche la scelta lo-fi confermata da “Screws” riesce effettivamente a ridurre le distanze tra l'artista e la sua poetica e gli ascoltatori. L'incantesimo si assottiglia laddove Frahm si diletta in (comunque necessarie) ricerche di tipo estetico: il carillon di “Circling” e la collezione di arpeggi su “Marry”, sulla carta affascinanti, si mantengono volutamente nell'universo della forma pura e dell'eleganza, sottovalutando il contenuto melodico. “Chant” torna invece a calcare la mano sull'intensità delle singole note, mancando però di una necessaria dose di mordente. L'oscura e lunga “Immerse!”, infine, semplicemente non decolla.

Da accogliere positivamente come ogni regalo che si rispetti, “Solo” è una perfetta introduzione al versante più introverso e contemplativo (in gran parte appunto sviluppato in studio) dell'arte di Nils Frahm, ai suoi pregi e ai suoi difetti. Mancherà la sequela di numeri a cui ha abituato dal vivo, assieme forse a una qualsiasi nuova idea che non ricalchi quanto di importante il suo percorso ha già raccolto. Ma la poetica intimista, in alcuni episodi qui declinata al suo massimo potenziale espressivo, basta da sola a rendere superflua ogni obiezione.

(27/04/2015)

  • Tracklist
  1. Ode
  2. Some
  3. Circling
  4. Merry
  5. Chant
  6. Wall
  7. Immerse!
  8. Four Hands


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