Polwechsel

Untitled (N 7)

2015 (God) | free improvisation

Il ritorno sul luogo del delitto quattordici anni dopo. Non è solo il comeback al non-titolo a segnare, per i Polwechsel, la ripresa di una strada lasciata indietro molto tempo fa. Per chi ha seguito l'evoluzione del percorso artistico del supergruppo con base a Vienna, il settimo “Untitled” arriverà a generare più sorpresa di quella che era lecito attendersi. Nonostante la struttura stessa del progetto, da sempre luogo open-minded per lo sfogo di una creatività temporanea, passeggera e irripetibile da parte dei suoi componenti, lasci da sempre aperta ogni porta a qualsivoglia genere di sviluppo sonoro, puntualmente esaminato e sperimentato fino all'ultima frequenza udibile.

Ciò di cui si sta parlando altro non è se non il ritorno all'astrazione. Qualcosa che la parabola dei Polwechsel aveva lasciato indietro appunto al 2001, al terzo (e da allora ultimo) “Untitled”, provocando l'abbandono del progetto da parte di Burkhard Stangl prima e John Butcher poi. Da allora, l'arte occasionale del gruppo aveva sviluppato un rapporto per certi versi intrinseco con il concreto, muovendo da una forma personalissima e distorta di paesaggismo (“Archives Of The North”) a squarci sonori su illustrazioni mimetiche (lo splendido “Fields” con John Tilbury a seminare ferite) fino a studi di carattere autenticamente ambientale (“Traces Of Wood”).

Ormai solidamente imperniata sull'ossatura a quattro Dafeldecker-Moser-Brandlmayr-Beins, l'esperienza Polwechsel torna qui a parlare un gergo corale, facendo venir meno quella necessità di una leadership che aveva portato a “spartirsi” la paternità dei ruoli-guida in gran parte dei lavori del passato anche non prossimo. Le tre suite che compongono il disco sono co-firmate dai quattro come non accadeva addirittura dal primo parto del progetto nel 1995, con i soli Moser e Dafeldecker presenti in formazione: segno di una ritrovata sinergia e di un affiatamento collaudato, anticamera di un disco in cui proprio questi fattori risultano essere decisivi.

Già dai primi sussurri di “UNX” protagonista della scena è il suono della libertà creativa, vivisezionato con quell'approccio scientifico divenuto tratto distintivo del marchio Polwechsel, attuato però con inedita spontaneità. Libertà è dunque intesa non più come evasione dalle regole e dai canoni in nome dell'istinto puro (AMM), ma semmai come utilizzo e interpretazione a piacimento degli stessi.
Ad alternarsi sono singoli suoni dei quattro strumenti, incastonati l'uno all'altro con precisione chirurgica ma con la massima naturalezza, senza la minima forzatura, tenuti al volume più basso possibile, scanditi quasi sottovoce.

Meno formalmente preciso e più sviluppato nella sostanza è il saliscendi di “UNY”: al gioco di combinazioni si sostituisce uno studio sulle sfumature timbriche che attraversa più fasi, da quella percussiva e marcatamente free-jazz della prima metà in duetto fra gli intrecci ritmici Brandlmayr e Beins e il contrabbasso di Dafeldecker, alla digressione lenta e sinistra della seconda, affidata quasi in toto al violino di Moser. Temperatura ancora più alta nella metamorfosi kafkiana di “UNZ”, l'episodio meno sotto le righe del lotto, che modifica la prospettiva intersecando suoni altri (distorsioni, battiti amorfi, scontri tonali) con il medesimo approccio combinante.

Un'autentica lezione sonora ad opera di un quartetto che, nella sua costitutiva e necessaria instabilità creativa, dimostra di aver raggiunto un decisivo e definitivo equilibrio strutturale. Forse non il più emozionante né il più altisonante dei dischi firmati Polwechsel, di sicuro uno dei capitoli più importanti per il percorso del marchio. Nonché l'ennesima dimostrazione di classe e maestria da parte di quattro fuoriclasse.

(01/10/2015)

  • Tracklist
  1. UNX
  2. UNY
  3. UNZ
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