Appare lontano, quasi assopito nel ricordo, il delicato romanticismo dei
Devics, formazione americana che gettava un ponte tra le malinconie uggiose della terra d'Albione e i grandi spazi del nuovo mondo. Quel dream-pop in bilico tra
Portishead e
Mazzy Star aveva già mostrato le prime crepe di normalizzazione, nel pur affascinante ultimo capitolo "Push The Heart". Lei, Sara Lov, la voce di quel sogno non del tutto infranto, già vagheggiava lande più tranquille da cantautrice. Nel frattempo un album di
cover version, con tanto di omaggio all'Italia che l'aveva accolta nel suo peregrinare (una versione di "La Bambola" di
Patty Pravo), e un esordio convincente e maturo hanno spostato l'asse verso un mondo di sogni più comuni ma anche più trasversali.
"Some Kind Of Champion" giunge dopo quattro anni di problemi logistici e di salute per Sara Lov, un periodo in cui la musica è stata accantonata, ma mai tenuta lontana dalle sue priorità: c'è voluto il finanziamento attraverso
pledgemusic per ripartire da zero e mettere su in poco tempo il suo ritorno discografico.
Tutti i fan che hanno posto la loro fiducia a disposizione del progetto non avranno nulla da rimproverarsi: "Some Kind Of Champion" non è un album di sana routine, ma un raffinato esempio di talento vocale e musicale.
Sara Lov si riaffaccia sul mercato discografico più sicura e matura, con un pugno di canzoni ricche di atmosfere sognanti e sospese, baciate dall'ispirazione e da un clima cantautorale che ricorda la
Joni Mitchell di "Court And Spark".
È un album in perfetto equilibrio tra la nuova dimensione più
folk-oriented e le eteree pagine dei vecchi compagni di cordata Devics, sintetizzate perfettamente nell'accorata e coinvolgente "One In The Morning", e nel primo brano estratto come singolo, ovvero "The Sharpest Knife": una ballata pianistica timbricamente decadente e neoclassica, eppure sensuale e suadente.
Il vecchio compagno d'avventura, Dustin O'Halloran, viene in aiuto in ben due brani, che sono anche i più attigui al passato: il soffio acustico ricco di magia di "Rain Up" è si scarno, ma altresì intenso, affidato com'è al potere della voce; più elaborato e originale il tessuto a più strati di "Trains", uno dei vertici dell'album, con Sara Lov che ondeggia sulle note e tra gli strumenti, prima d'infrangersi in recondite e sofferte variazioni liriche dall'enfasi struggente e malinconica.
La produzione di Zac Rae (
Death Cab For Cutie,
My Brightest Diamond, Fiona Apple) a volte prende leggermente il sopravvento, ma l'autrice sembra a suo agio nelle perfette architetture della romanza quasi decadente di "Willow Of The Morning", oltreché nelle briose ritmiche soul-pop di "Sorrow Into Stone".
La
title track e "Diamond Of The Truest Kind" sono le due tracce in cui maggiormente sono riconoscibili le tentazioni folk che sembrano aver contagiato la musicista americana, mentre il tono quasi retrò di "The Dark" e le interessanti inflessioni jazz di "Sunmore" confermano altresì le incursioni nel patrimonio lirico della Mitchell pre-"Hejra" e promettono futuri sviluppi, speriamo avventurosi e amabili, come quelli che ci hanno restituito la voce angelica, zuccherina e quasi evanescente di Sara Lov.