Con l’incontinenza creativa che da trent’anni ne contraddistingue le gesta, perdersi un nuovo dispaccio dal sempre dilagante Robert Pollard è questione di un attimo. E se è pur vero che la distrazione dell’appassionato non comporta ormai particolari danni, essendosi la produzione del Nostro stabilizzata su uno standard qualitativo tutt’altro che irreprensibile, per la legge dei grandi numeri (cui l’artista statunitense pare ancora devotissimo) può tuttavia capitare di bucare l’appuntamento con l’ennesimo progetto fresco di varo, eppure capace di riservare opere degne d’interesse. Il ritardo di cinque mesi con cui siamo arrivati all’esordio di questi inediti ESP Ohio, per dire, rientra agilmente nella statistica, e per l’insperato recupero tocca ringraziare le notizie pescate in Rete a proposito del millesimo cambio di formazione per i Guided By Voices, un’imbeccata provvidenziale. Sul conto del recente “August By Cake” non si è mancato di rilevare infatti il ruolo corroborante che il redivivo Doug Gillard ha esercitato nei confronti del suo capobanda, ma adesso diventa necessario completare l’informazione sottolineando come proprio il riavvicinamento del chitarrista, negli ultimi tempi ricordato più che altro per essere diventato il quarto Nada Surf, è stato cruciale per il (soddisfacente) lancio di questo quartetto, completato dall’altra new entry GBV Mark Shue e dal Lifeguards (altra compagine condivisa da Robert e Doug) Travis Harrison.
“A Much Needed Shot In The Arm” è un eccellente biglietto da visita. Le chitarre suonano squillanti e rombano a dovere, il wall of sound alle spalle del vecchio Bob appare ragguardevole, sembra infondere nel leader una disinvoltura e uno smalto che nelle innumerevoli altre formazioni da lui animate risultavano sopiti da parecchio tempo. Alla testa del suo nuovo fiammante giocattolo, il motore elaborato per l’occasione, Pollard bada a contenere e non poco la sua altrimenti irrinunciabile devianza musicale, cura in particolare la prestanza ritmica di una bestia corazzata ma senza grilli per la testa e si disciplina dalla tentazione di saltabeccare senza posa da un impulso espressivo all’altro. Il risultato sono una quindicina di canzoni tra le più coerenti e rigorose del suo catalogo non solo recente, tutte con un capo e una coda, limitate nell’offerta delle nuance stilistiche ma assai fruttuose per via di una scrittura sfrondata in modo più che opportuno, così da privilegiare tanto l’impatto quanto le seduzioni di un easy-listening particolarmente ficcante (si ascolti il gioiello “Birdman Of Cloth”).
Dove non arriva l’inventiva, pensano il mestiere e il tono muscolare (e magari la tromba di “The Great One”, che suona la carica) a metterci la proverbiale pezza. Le deviazioni invertebrate, invece, non sono contemplate, la weirdness galoppante e i sistematici sabotaggi dell’ex-insegnante di Dayton vengono rigorosamente tenuti al guinzaglio perché per una volta contano solo la chiarezza e l’accessibilità, anche senza arrivare a snaturarsi per eccesso di faciloneria (come capitato talvolta ai già citati Lifeguards o ai Boston Spaceships). Così l’ascolto riuscirà piacevole ma tonico anche per le orecchie dei seguaci più intransigenti, né più né meno l’ottimo compromesso che l’indie-rock dovrebbe sempre rappresentare (non si trattasse di un genere ampiamente sputtanato dalle sue più deteriori incarnazioni recenti): quando vuole, il buon Robert lo sa ancora intavolare con il piglio e l’autorevolezza di un quarto di secolo fa (“You The Earthman”, “Miss Hospital ‘93”) ma senza insistere per forza con quelle formule stregonesche, sbalestrate e inconcludenti, che hanno spesso fornito più di un valido argomento ai suoi detrattori.
Ogni dettaglio è al posto giusto, la visceralità appare assai ben imbrigliata e negare a Gillard e al suo evidenziatore elettrico buona parte del merito di questo successo non potrebbe che suonare ingeneroso. Certo anche Pollard ci mette molto del suo, rinunciando agli sterili bizantinismi ma non a esibire la sua splendida faccia di bronzo (nella ruffiana e circense “Royal Cyclopean” come in “Weakened By A Logical Mind”, altra perla), il suo romanticismo accattone (l’ottimo frammento “The Violent Side”), l’inflessione grave e arcigna (il singolo “Lithuanian Bombshells”) o le puntuali scorribande enfatiche. Unica nota dolente, pur marginale in quanto fisiologica, resta l’originalità a tratti evidentemente risicata, ma evitare di ripetersi per l’autore dell’Ohio deve ormai essere un’impresa impossibile. Ad ogni modo, erano secoli che Bob non tirava fuori un album così fresco, entusiasta e trottante, quindi per una volta le pulci gliele risparmiamo.