Robert Pollard

Honey Locust Honky Tonk

2013 (Fire) | alt-rock, lo-fi, songwriter

Sul conto di Robert Pollard si è davvero scritto tutto e il contrario di tutto.
Trovare una recensione che lo riguardi in cui si sia tralasciato di menzionare anche soltanto di straforo la sua proverbiale “incontinenza creativa” pare impresa non meno ardua che reperire un pezzo sugli Eels che risparmi al lettore la contabilità completa dei lutti che hanno bersagliato negli anni Mark Oliver Everett.

Evitando di insistere sul profluvio di album non proprio indispensabili lasciati all’umanità, o sulle relative chilometriche tracklist, ci limitiamo a rilevare il suo ruolo di incontrastato protagonista nello sproposito di (almeno) ventitre differenti progetti, tirati su dal nulla in neanche un quindicennio. Puntualizzare come il personaggio tenda per sua deformazione a essere uno tra i più divisivi della scena alternative – con ampie schiere di scettici intransigenti da una parte, e qualche tenacissimo proselito completista dall’altra – è un’altra fortunata formula ricorrente della critica. Sul terzo gradino nel podio dei più irrinunciabili luoghi comuni riguardanti il vecchio Bob si piazza invece l’adagio secondo il quale, assemblando le migliori creazioni partorite ogni dodici mesi dalla mente del generoso musicista statunitense, si potrebbe imbastire in dicembre uno dei potenziali dischi dell’anno. Assunto senz’altro colorito questo, ma assai meno plausibile di un tempo, dato il trend qualitativo calante delle ultime uscite del Nostro: dalle nefandezze assortite degli ultra-collaterali Circus Devils all’incomprensibile nuova incarnazione, Teenage Guitar, passando ovviamente per il sostanziale bluff del ritorno in pista dei Guided By Voices, a conti fatti una delle più pretestuose (in quanto capriccio esclusivo del suo leader) e deludenti reunion degli ultimi anni. L’ex maestro elementare dell’Ohio non sarebbe però fino in fondo se stesso se si astenesse dal pubblicare l’ormai garantita accoppiata di lavori solisti. Proprio dal primo di questi, “Honey Locust Honky Tonk”, sono arrivati i pochi veri squilli del suo 2013.

Chitarre miserabili, slabbrate rumorose, vocette filtrate e trame paranoidi, reiterate o deturpate con sadismo: non occorre che una manciata di minuti per appurare come i requisiti dell’arte povera di Pollard siano qui riproposti in blocco, con un coefficiente di visionarietà opportunamente elevato. Sempre del solito indie-rock primigenio si tratta, pieno di polpa, ghiaia, detriti e sudiciume lo-fi, anche se il songwriter non manca di recuperare a folate una freschezza da troppo tempo compromessa. Il Tono tra l’ironico e lo schizoide resta un’ulteriore piacevole conferma, così come la radicale discontinuità espressiva che alterna sparute oasi di falsa estasi ad accelerazioni nervose, senza lesinare su spigoli, grovigli e pozze soniche ultra-riverberate.
In “Strange and Pretty Day”, assieme al pianoforte evocato dal titolo della raccolta, ecco l’altro immancabile marchio di fabbrica: una fedeltà più che bassa, infima. Così Bob ha modo di sguazzare a suo agio nei panni del cantore sciagurato e straccione, perso nella sua follia. Robivecchi ciondolante del rock a stelle e strisce, macchinoso e strampalato sognatore, miniaturista che spaccia polverose emozioni di recupero (“Find A Word”), quando non lento, accigliato, crepuscolare (“Real Fun Is No One’s Monopoly”), attorniato da chitarre ormai in stato terminale (la seconda è del fidato Todd Tobias) e da coretti allucinati. Non si fanno attendere, in ogni caso, gli strappi, adrenalinici e non meno frammentari di tutto il resto. Ruggisce il cantante di Dayton in questa nuova collezione di brucianti affrancature elettriche, e allora non sembra poi così campata in aria l’etichetta postal-rock affibiata alla sua musica da un ignoto esegeta.

Robert scortica cordialmente, tratteggia una serie di impliciti omaggi al tetano. Arruffato, gracchiante, tagliente in formato rigorosamente tascabile. Si affida a squilli repentini o robusti assalti frontali, senza troppo investire in una disciplina giudicata forse fuori luogo (“Flash Gordon Style”). Eppure, come sempre, da l’impressione di non perdere mai la favella e offre una forma compiuta alle sue ipotiposi, come se un’inappuntabile cicatrizzazione intervenisse poi sempre, benevola, a placare escoriazioni e irregolarità balorde. Eccolo allora più pulito in una manciata di episodi (“Who Buries The Undertaker” sugli scudi) che possono ricordare le gemme meno criptiche dei suoi nineties (vedi alla voce “Under The Bushes, Under The Stars” e “Mag Earwig”), a riprova di come la vecchia volpe regali le migliori sorprese quando non nega cittadinanza all’accessibilità di soluzioni più orientate al pop. Se “Shielding Whatever Needs You” sembra riproporre  il suo classico numero folk post-apocalittico, è con la successiva “I Killed A Man Who Looks Like You” – anomala ballata che parrebbe ispirata dagli splendidi paesaggi desertici e in bianco e nero dei Rem di “New Adventures In Hi-Fi” – che la voce dei Guided By Voices abbraccia la massima nitidezza possibile. Per non parlare delle morbide fluttuazioni di “It Disappears In The Least Likely”, che sanno di populismo ormai in disgrazia, o del relativo tormentone che non si potrebbe immaginare più pollardiano di così: una singolare, subdola sfilata di tanti dei suoi cliché prediletti.

Più scorrevole e immaginifico della sua media recente, impreziosito da una disincantata malinconia e da aperture visionarie non sempre preventivabili, l’artista di “Honey Locust Honky Tonk” indovina qualche sterzata melodica in più rispetto al solito e intrattiene degnamente gli aficionados irriducibili. Un piccolo disco davvero riuscito, specie in una parte centrale insaporita dalle consuete fiammate sovraesposte, abbacinanti, e dalla posa inesorabile del grande fatalista. Meno inutili trastulli formali e più sostanza, più impressioni evocative, più epica e suggestioni spendibili: in pratica, l’insperata rentrée del miglior Pollard-pittore.

(17/01/2014)

  • Tracklist
  1. He Requested Things
  2. Circus Green Machine
  3. Strange and Pretty Day
  4. Suit Minus The Middle
  5. Drawing A Picture
  6. Who Buries The Undertaker
  7. She Hides In Black
  8. Her Eyes Play Tricks On The Camer
  9. Find A Word
  10. I Have To Drink
  11. Flash Gordon Style
  12. Igloo Hearts
  13. Shielding Whatever Needs You
  14. I killed A Man Who Looks Like You
  15. Real Fun Is No One’s Monopoly
  16. It Disappears In The Least Likely
  17. Airs


Robert Pollard su OndaRock
Recensioni

ROBERT POLLARD

We All Got Out Of The Army

(2010 - Guided By Voices Inc.)
Diciassette tracce per un nuovo tassello nel percorso post-Guided By Voices di Pollard

ROBERT POLLARD

From A Compound Eye

(2006 - Merge)
L’ex Guided by Voices in un tentativo, fallito, di (indie-)rock opera

Robert Pollard on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.