C. Duncan

The Midnight Sun

2016 (Fat Cat) | dream-pop

Con “Architect” il giovane C. Duncan aveva incuriosito non poco la stampa e il pubblico, anche se il suo fascino etereo aveva sollevato non poche perplessità sulla consistenza artistica del musicista, per molti destinato a una carriera di “sottofondo” nel panorama musicale contemporaneo.
La candidatura al Mercury Prize e l’interessante Ep pubblicato nei primi mesi del 2016 ne hanno consolidato il profilo, qui salutato come una delle migliori promesse del pop moderno.

Ispirato da un episodio della serie televisiva “Ai confini della realtà”, “The Midnight Sun” non solo conferma il suono brillante e ricco di dettagli dell’esordio, ma mette in campo una scrittura più ambiziosa e originale, in cui materia grezza e fine artigianato danno forma a un progetto ancor più metafisico e psichedelico.
La novità più rilevante è l’uso massivo di elettronica e sintetizzatori, opportunamente adoperati per esplorare il mondo sci-fi evocato dal racconto di Rod Serling. Le chitarre restano dietro le quinte, pur restando fondamentali nel processo di una scrittura che esibisce un tratto più sicuro e variopinto.

Con “The Midnight Sun” il musicista scozzese sembra quasi mettere in connessione i due capisaldi dei Prefab Sprout intercettando l’entusiamo lirico di “Steve Mc Queen” con l’eleganza eterea di “I Trawl The Megahertz”: la delicata brezza sonora avvolge melodie insidiose e surreali che non sfigurerebbero in un remake di “Blade Runner”. L’estrema cura dei suoni e l’estetica barocca rischia di suonare pretenziosa, ma C. Duncan non ha tralasciato l’elemento-base della composizione, e anche se il groove possente dell’esordio viene smorzato con raffinate trasfigurazioni elettroniche, le canzoni sono più solide e seducenti.
Fulgido esempio è il singolo tratto dall’album “Wanted To Want It Too”, un pulsante pop elettronico ingentilito da una melodia memorabile. Ma spettano a “Like You Do” le migliori intuizioni dell’autore: il frazionamento ritmico e l’intersezione con il lirismo etereo della voce di C. Duncan danno forma a un mantra in stile fantasy che per un attimo evoca alcune intuizioni di Jean Michael Jarre e Vangelis.

“Other Side” è il brano più pop del disco, con tocchi di synth alla Thomas Dolby che rafforzano le similitudini con i Prefab Sprout. Viceversa, “On Course” rappresenta il versante più onirico con la voce che quasi si discioglie nei raffinati meandri elettronici.
I tratti psichedelici sono leggermente più percepibili che in “Architect”, sia perché C. Duncan ricorre più spesso al fascino ondeggiante dei synth nelle sue rielaborazioni di Brian Wilson & C. (“Last To Leave”), sia per il più intenso sviluppo di progressioni armoniche dream-folk (“Who Lost”, “Do I Hear?”) che altresì giustificano la sua recente rilettura di “Pearly Dewdrop Drops” dei Cocteau Twins.

L’estetica sonora ha i suoi vertici nell’introduttiva “Nothing To More”, perfetto esempio di quel che il musicista riesce a estrarre da poche note, levigando e smussandone i tratti più familiari. Processo creativo che coinvolge anche la voluta indolenza malinconica della title track.
Resta solo un appunto da fare a “The Midnight Sun”, e risiede in quella percepibile urgenza dell’autore di dare un seguito al suo esordio. Lo sfilacciamento delle due ultime tracce (“Jupiter” e “Window”) non tempera qualche leggero dubbio, ma c’è abbastanza carne al fuoco in questi assolati landscape dai toni pastorali e autunnali, cullati da elementi compositivi dotti e classicheggianti, per svincolare C. Duncan dalla mediocrità della produzione contemporanea.

(07/10/2016)



  • Tracklist
  1. Nothing More
  2. Like You Do
  3. Other Side
  4. Wanted To Want It Too
  5. Who Lost
  6. On Course
  7. Last To Leave
  8. Do I Hear?
  9. The Midnight Sun
  10. Jupiter
  11. Window




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