Thomas Dolby

A Map Of The Floating City

2011 (Venice In Peril) | pop

Spettinato, allampanato, aggrovigliato tra mille fili elettrici, sempre occhialuto e alle prese con le classiche pozioni fumanti. Troppo fumanti e ricche di ingredienti perché i vicini non si stancassero e chiamassero i pompieri. Spenti i bollenti spiriti, Thomas Dolby si era così rifugiato in campagna, al riparo da occhi indiscreti, ma gli antichi fornelli non li aveva quasi più riaccesi. Poi, un giorno, appena sveglio, ancora intontito, l'ex-scienziato pazzo era inciampato su un ingiallito album di fotografie.
Quanti ricordi fra le classiche pagine bianche e pagine scure, avrà pensato il nostalgico ex coordinatore dei preziosismi pop dei Prefab Sprout. Bei tempi per la musica popolare quando il dottor Thomas organizzava le sedute analitiche del timido Paddy McAloon, prendeva appunti e poi li utilizzava per dar sfogo al proprio enciclopedismo su spartito. Dal synth pop formato Mtv esploso in coda al post-punk, alle frequenze dilatate a un attimo dall'ambient, utili a incorniciare la forma canzone imparata nei classici radio days, sino alla riscoperta dello swing. E sempre con il passo di danza pronto e scattante e un sorriso che non conosce confini. Neanche quelli del tempo.

Quasi 20 anni senza un disco di Dolby e, a dire il vero, non è che il popolo smaniasse. Neanche Tommaso, indaffarato con i suoi gingilli elettronici da cui ha fatto scaturire un bel business industriale. Giovane imprenditore milionario, stressato dalla vita metropolitana, non poteva che trovare un momento di relax di fronte a un pianoforte. Due o tre note buttate lì e, in men che non si dica, il quattrocchi si è ritrovato in mano un album.
Per essere più precisi, "A Map Of The Floating City" raccoglie tre Ep, dipinti per dare verve a un videogame editato dall'azienda dello stesso synth-cantautore: "Amerikana", "Oceanea", "Urbanoia", titoli che sembrerebbero quasi fotografare stati di allucinazione urbana e possibili vie di fuga dallo stress quotidiano. Niente di nuovo sotto il sole, certo, epperò questa ennesima summa di popular music avvince come trent'anni orsono. Quasi una panacea, un refrigerio senz'altro, dalla forma matematicamente perfetta ma dal cuore sempre caldo. Tecnologia al servizio delle emozioni. Alan Parsons e Paul McCartney, un incontro ideale che sintetizza un mood inalterato. Soffice songwriting interpretato senza esagerato trasporto, in punta di piedi, alla larga da eccessi di drammaturgia che solitamente puntellano il pop che si fa coro da stadio. Musica perfetta per il salotto di casa che può assumere di volta in volta le sembianze più disparate. Basta la fantasia. Note perfette per la sedentarietà che avvolge l'esistenza odierna.

E allora, stesi tra due guanciali, si può percorrere con la mente una "Road To Reno", con il vento tra i capelli, senza vergognarsi di apparire poco avventurosi e avvezzi al rischio, canticchiando uno scioglilingua soul country. Dolby perpetua il sogno di Jack Kerouac, l'on the road idealizzato e reso disponibile per le masse, e percorre gli stessi tragitti artificialmente rurali di un Lindsay Buckingham, una sgargiante fotografia della tradizione americana con tanto di banjo sotto braccio e Mark Knopfler in spalla ("The Toad Lickers"), come pure gli scalini della piscina addobbata a cocktail party di Burt Bacharach ("Jealous Thing Called Love").
E tutto appare misteriosamente coeso, anche quando le atmosfere si fanno rarefatte, oniriche, liquide, ariose, come accade in "Oceanea" e nel passo cadenzato da Gatto Silvestro di "Simone", elegia romantica spruzzata di synth fiatistici che si tramuta in men che non si dica in un jazz lounge con assolo sax da spot pubblicitario anni 80.

Dolby non ha smarrito la rara capacità di cambiare le carte in tavola nel breve volgere di tre minuti senza dimenticare di apparire organico. Un maestro dell'arte della mini suite, munito inizialmente di chitarra acustica e armonica ma pronto a ridecorare un paesaggio disadorno con sorprendenti attacchi di artiglieria pesante, senza mai sembrare molesto ("To The Lifeboats"). E alla fine, riannodando i fili e ripartendo dalla title track, non si può non sospettare che Steve McQueen abbia ripreso a pagargli qualche parcella.

(12/12/2011)



  • Tracklist
  1. Nothing New Under The Sun
  2. Spice Train
  3. Evil Twin Brother
  4. A Jealous Thing Called Love
  5. Road To Reno
  6. The Toad Likers
  7. 17 Hills
  8. Love Is A Loaded Pistol
  9. Oceanea
  10. Simone
  11. To The Lifeboats
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