I piacentini Diabolico Coupé calcano le scene della loro città natale da un ventennio esatto, ma solo un paio di anni fa sono arrivati a pubblicare il primo omonimo album (inciso, tra l’altro, su una sola facciata) per la Desert Fox Records. All’inizio di quest’anno è uscito il loro secondo lavoro, questa volta per la label specializzata in suoni sixties Area Pirata. Mai un connubio tra una band e un’etichetta poteva essere più felice.
I Diabolico Coupé propongono del semplice surf’n’roll della prima ora, non quindi quello contaminato da svisate psichedeliche e da voli pindarici, bensì quello che si riallaccia più o meno direttamente a pionieri del genere, come il leggendario chitarrista Dick Dale e i Ventures. Da parte loro, hanno aggiunto giusto un pizzico di attitudine punk e stradaiola, nonostante l’album si presenti molto curato, sia dal punto di vista della produzione che dell’esecuzione.
Il tema di “Hot Rod Coupé” richiama alla mente il surf dei primi dischi dei Man or Astro-man? (la loro produzione su Estrus, per intenderci), quando ancora non si erano convertiti alle contaminazioni new wave di gruppi come Devo e Talking Heads.
“Exotic Girl” è un delizioso lento a tinte di “exotica”, memore di alcuni grandi pezzi dei mai dimenticati Shadowy Men On A Shadowy Planet, mentre la danza scatenata (con tanto di sax stridente) di “Donnie The Surfer” è nel più puro stile dei mitici Surfaris.
“Mombay Express” e “Little Carmine” cercano da esulare da quei cliché, mettendo in mostra anche influenze arabeggianti. A un “twist’n’roll” scatenato come “Saturday Night” fanno da contraltare una trascinante quadriglia (ovviamente in chiave surf) come “Hey!” e un languido tema “twang” chitarristico come in “Holiday In Mururoa”, le quali avrebbero brillato entrambe in quel piccolo capolavoro del genere che è “The Shores Of Hell” (Shredder, 1995) dei Mark Brodie & The Beaver Patrol.
Il tremolo delle chitarre riesce a far assumere a “Happy Birthday” un tono quasi gotico, pieno di autentica suspense. Il tutto si conclude con il poderoso “stomp” di “Slinky”, che sarebbe potuto piacere a Dick Dale.
Qualsiasi cosa in questo disco richiama il passato (dalle musiche all’esecuzione, fino alla grafica della copertina), ma senza mai scadere nel passatismo nostalgico. In definitiva, un disco onesto da una band più che corretta e tecnicamente preparata. Sia l’uno (l’album) che l’altro (il gruppo) sono freschi e godibili, pur senza essere rivoluzionari in senso stretto.
09/05/2016