Green Day

Revolution Radio

2016 (Reprise) | punk, pop

Non ho mai amato troppo i Green Day, nemmeno quando tutti impazzivano per "Dookie", bestseller distribuito in oltre quindici milioni di esemplari, espressione di quel punk troppo patinato per ben conciliarsi con i miei ascolti dell'epoca, somma di mattoncini lo-fi hardcore, noise e grunge.
"Revolution Radio" è il dodicesimo lavoro in studio della band guidata dal neo-disintossicato Billie Joe Armstrong, nel frattempo divenuta leggenda del "rock alternativo" mondiale: sei Grammy Awards conquistati in sei edizioni diverse, dal 2015 nella Rock'n'Roll Hall Of Fame, al primo anno di eleggibilità (assieme a Lou Reed che, per dire, aveva un bel po' d'anzianità in più...).

"Revolution Radio" giunge a quattro anni dalla sbornia dell'inspiegabile trilogia "Uno!"/ "Dos!"/ "Tré!", a sette dal pretenzioso "21st Century Breakdown", addirittura a dodici da "American Idiot", e ha il difficile compito di risollevare le sorti di un trio che, pur se amatissimo dai fan, sta pericolosamente naufragando verso un edulcorato teen power-pop.
Va riconosciuto che le dodici tracce qui racchiuse sono costruite con grande abilità, con tutti gli ingredienti necessari per trascinare il cd in vetta alle chart di mezzo globo, ma accanto a canzoni che potremmo definire accettabili appaiono troppi momenti quantomeno discutibili.

Prendete, ad esempio, l'iniziale "Somewhere Now", e ditemi se non potrebbe essere riconducibile nell'alveo di certo FM American Rock tanto in voga negli anni 70 (ricordate i Boston di "More Than A Feeling"?). Oppure se i chitarroni e il drumming di "Say Goodbye" non ricordano "The Beautiful People" di Marilyn Manson. È di questo che abbiamo bisogno oggi da un gruppo della portata dei Green Day?
L'energica "Bang Bang" ha un tiro ancora punk: non a caso è il primo singolo estratto ed è stata proposta live al Tonight Show di Jimmy Fallon. Il ritornello della title track funziona, d'accordo, ma per trovare nuovi input il trio sente il bisogno di avvicinarsi agli Arctic Monkeys ("Too Dumb To Die") oppure di scrivere adult contemporary ballad come "Outlaws", che sta ai Green Day tanto quanto "Sirens" sta ai Pearl Jam.

Gli episodi trascurabili o ripetitivi sono tanti, soprattutto la parte centrale del disco ("Bouncing Off The Wall"/ "Still Breathing"/ "Youngblood") perde mordente in maniera clamorosa. Nel finale la più lunga "Forever Now", dove nel closing strumentale pare riecheggino i Pixies di "Into The White", e l'acustica "Ordinary World" cercano di raddrizzare la baracca, ma ormai si è fatto tardi e la frittata è servita.
"Revolution Radio" è comunque un disco fresco e gradevole, funzionerà benissimo live, ed è il risultato di un momento positivo per la band: oltre alla dipendenza di Armstrong, sono stati sconfitti il cancro del chitarrista turnista Jason White e della consorte del bassista Mike Dirnt.

Il rating potrebbe approssimarsi alla sufficienza, non fosse che i signori dietro gli strumenti si chiamano Green Day, e da loro ci aspetteremmo sempre qualcosina di più oltre al desiderio di confermarsi come la migliore american boy band anagraficamente fuori tempo massimo.
Almeno un punto di penalizzazione a questo giro mi pare giustificato, anche perché alla resa dei conti "Revolution Radio" dal punto di vista musicale è fondamentalmente innocuo. Ma deve trattarsi di un mio limite: anche "Dookie", ventidue anni fa, mi appariva altrettanto inoffensivo. E non è certo una bella cosa per chiunque intenda presentarsi al proprio pubblico come un'alternative-punk-rock-band.

(14/10/2016)

  • Tracklist
  1. Somewhere Now
  2. Bang Bang
  3. Revolution Radio
  4. Say Goodbye
  5. Outlaws
  6. Bouncing Off The Wall
  7. Still Breathing
  8. Youngblood
  9. Too Dumb To Die
  10. Troubled Times
  11. Forever Now
  12. Ordinary World


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