C'è da sperare che nessuno - a condizione che superi i quindici anni d'età e che non viva in uno spot pubblicitario - creda ancora che l'estate sia la stagione della spensieratezza, delle avventure e dei
long-drink in riva al mare. Se vi va fatta bene avrete sì e no una decina di giorni per tentare di disintossicarvi dalle peggiori sindromi del vivere contemporaneo, come il "sempre connessi" e i malumori assortiti legati al lavoro, alle relazioni e ai denari (se non li avete già devoluti tutti a un bed & breakfast di media categoria).
Quelli che riescono a scendere dalla giostra, poi, si ritrovano immancabilmente a fare ogni sorta di bilancio mentale che nel mezzo della routine non trova il tempo di emergere con chiarezza. Così l'estate, o meglio l'infima parentesi con la quale tendiamo a identificarla, diventa il tempo della nostalgia - punto.
Il primo
full-length di Marius "Roosevelt" Lauber non è il prodottino confezionato a tempo di record per mischiarsi al frullato della vostra estate social, bensì il risultato di un meticoloso lavoro di scrittura e registrazione
in progress da circa tre anni. Classe 1990, la giovane promessa di stanza a Colonia aveva esordito con il singolo "Sea" - attirando l'attenzione della
label Greco-Roman - e il successivo Ep "Elliot" (2013), un assaggio del perfezionismo pop che ancora rimane un suo tratto fondamentale.
Guardando con riverenza all'italo-disco, applicandole il filtro della
chillwave di
Washed Out, Lauber non si crogiola nelle nebbie
ipnagogiche e dà voce a tutto ciò che ha appreso dai pionieri della musica da ballo del secolo scorso.
Certo è difficile immaginare l'esistenza di "Wait Up" senza un precedente ingombrante come "
Get Lucky" ma, oltre a smarcare molto bene il rischio di plagio, la voce eterea di Roosevelt non ha il timbro perforante di
Pharrell Williams e ci trasporta negli umori di un tramonto balneare anziché nella levigata neutralità di uno studio insonorizzato. Se c'è una cosa che Lauber ha imparato davvero dai
Daft Punk è che ogni dettaglio di arrangiamento fa la differenza per chi sul
dancefloor non si comporta soltanto da
slave to the beat: chitarre e bassi funk, trombe malinconiche alla
Destroyer ("Moving On") e sintetizzatori che riaffiorano dal blu assoluto di
iamamiwhoami - e come per certi suoi pezzi-killer, anche "Heart", "Colours" e "Fever" meriterebbero i piani alti delle classifiche radiofoniche.
Con questo caldo nessuno va alla ricerca di capolavori: serve la sicurezza di un album senza cadute di stile, che funzioni bene di giorno come di sera, all'aria aperta come in viaggio. Non un disco dell'estate, ma un disco
delle estati di ieri e di oggi, al quale nei prossimi anni non guarderete come a uno yogurt scaduto. Una volta di più, la nostalgia ci salverà.
Bring back the Fever again.