Ci hanno messo ben cinque anni Le Furie per preparare il successore di “Andrà tutto bene”, un’eternità in questi tempi tanto frenetici, ma il quartetto fiorentino ha lavorato bene, imponendosi di uscire con nuovo materiale soltanto nel momento in cui avesse avuto a disposizione canzoni all’altezza.
La percezione che fornisce “il futuro è nella testa” è quella di ritrovarsi al cospetto de “i nuovi Ministri”, impressione rafforzata dalla presenza di Davide Autelitano, il quale ha seguito di persona la direzione artistica, e di Federico Dragogna, citato nei succinti ringraziamenti: i due presumibilmente avranno dispensato idee e consigli, contribuendo a spostare il sound dei toscani verso la direzione che stavano cercando.
Il risultato è che “Camerieri” e “Siamo messi male” suonano come i più tipici degli alt-rock Ministri style, mentre “Questo nostro continente” è una di quelle ballad che non di rado Autelitano si ritrova a cantare.
Tante similitudini, sia nelle strutture che nel lessico utilizzato, ma poi Le Furie ci mettono anche farina del proprio sacco, raccontandoci di nostalgie degli anni 60 e denunciando la mancanza di ironia e consistenza nei troppi “Artisti da fast food” usa e getta che riempiono le nostre giornate.
“Il futuro è nella testa” è un disco di storie metropolitane (“Cucine finte e telefilm”), fatte di rabbia (“Confido in te”) e di amore (“Caterina”), impregnato di quella epicità malinconica (“Il mare”) che non potrà non far breccia nei cuori del pubblico intorno ai trent’anni che ha adorato in tempi recenti il lavoro (cito giusto un caso scuola) di Motta.
Le Furie hanno in prospettiva tutto il tempo necessario per diventare più personali, più “originali”: nel frattempo il loro songwriting, giovanilistico ma efficace, li impone come fenomeno da seguire con attenzione, diverse spanne oltre i troppi giovani cantautori in cerca del proverbiale minuto di notorietà con poche idee, e anche piuttosto confuse.