Lucy Rose

Something's Changing

2017 (Communion) | songwriter

Più che qualcosa sta cambiando, sarebbe meglio dire che qualcosa è cambiato, nella vita di Lucy Rose Parton, e di riflesso anche nel processo creativo alla base della sua musica. Insoddisfatta del rapporto con la Columbia, per la quale aveva pubblicato il suo secondo album, e venuta a conoscenza del notevole seguito sudamericano che ascoltava la sua musica in streaming e che le inviava messaggi su Twitter, la cantautrice del Warwickshire ha deciso di rispondere all'entusiasmo registrato in America Latina, offrendo ai suoi fan l'opportunità di suonare da loro gratuitamente qualora le avessero garantito vitto e alloggio. Il risultato? Una tournée lunga due mesi a zonzo per l'Ecuador, il Cile, l'Argentina e i restanti paesi del continente, opportunamente ripresa in un documentario (disponibile qui a fianco) che ha seguito la songstress durante le varie tappe di quest'avventura rocambolesca, ma soprattutto una ritrovata fiducia nella propria penna e nelle sue abilità compositive. Una ventata di consapevolezza necessaria, dacché è stata proprio tale ritrovata ispirazione a fungere da supporto alla realizzazione di “Something's Changing”, terzo album nella carriera di Lucy Rose e notevole dipartita dal sound più corposo e strutturato del precedente lavoro.
Registrata in soli diciassette giorni, con un sostanzioso parterre di ospiti a prestare ammalianti contributi vocali e strumentali, la nuova fatica di Parton torna alle radici più profonde, alla formazione folk dell'autrice, di suo ormai perfettamente maturata sotto il profilo espressivo e quindi sicura nel muoversi attraverso trame più spoglie e calde, donando nuova centralità a scrittura e interpretazione. Anche con qualche piccola ingenuità di troppo, il binario prescelto dalla musicista pare essere quello giusto.

Nessuna apertura alla cumbia o all'affascinante energia del rock andino: caldo e accogliente, con eleganti coloriture di archi e radi interventi di chitarra elettrica a suggerire intriganti accostamenti all'Americana di oltreoceano, l'album preserva la matrice anglosassone del suono, dipana il suo filo tra delicate elegie folk e suadenti (anche se spesso fin troppo classiche) fioriture pop-soul, in cui il candore della voce di Lucy Rose viene esaltato senza grossi contributi esterni.
Mentre l'arpa di Emma Gatrill apre l'album assecondando il cantato flautato dell'autrice ed escludendo allo stesso tempo ogni altro tipo di intervento strumentale, l'agio e la compostezza di quest'ultima sono analoghi in ogni frangente del disco, di fatto nobilitando anche i momenti più seduti in fase di scrittura. Parton è perfetta nella sua giocosità riservata nel piano-rock dalle cadenze cameristiche di “Second Chance”, con tanto di appena percettibile rallentamento sul chiudersi del ritornello, quasi a enfatizzare il concetto espresso dal titolo.
Pimpanti bassi jazzy sostengono poi l'andamento più spigliato e tinto di vellutate cromie soul di “No Good At All”, il brano da cui è partito il progetto e quello che meglio identifica lo spaesamento e l'instabilità pre-tournée. La coralità in fascia Wallis Bird di “Floral Dresses”, in compagnia delle ottime Staves, eleva così un sostrato melodico piuttosto convenzionale rivelandone l'intensità nascosta, mentre è Elena Tonra dei Daughter l'interprete di peso chiamata a collaborare in “Soak It Up”, in un duetto dalle pieghe più umbratili e nostalgiche, che gioca al meglio con le caratteristiche più americane del suono della musicista.

By-passando più timide ballate confessionali e tenui minuetti folk, l'album intercetta in “Moirai” e in “I Can't Change It All” i suoi momenti più smaglianti. Laddove la prima è semplicemente il momento in cui la penna della songstress si eleva in tutta la propria classe, estraendo riferimenti dalla mitologia classica per adattarli a una raffinata miniatura chamber-folk, la seconda getta luci sulle doti di arrangiatrice della stessa, che ha deciso di operare in una chiave più modesta per pura e semplice scelta espressiva, laddove invece anche in un contesto più sostanzioso, dal taglio orchestrale, c'è spazio perché la stazza interpretativa si metta in risalto senza alcuna mediazione.
“Something's Changing” è insomma un manifesto di possibilità per Lucy Rose, un banco di prova e sperimentazioni da cui trarre il più possibile ed edificare le fondamenta della carriera futura. È difficile non evidenziare qualche leggero scivolone verso una maggiore ovvietà di tratto, tuttavia c'è di che rimanere soddisfatti nel complesso. La strada nel mentre è stata spianata.

(01/08/2017)

  • Tracklist
  1. Intro
  2. Is This Called Home
  3. Strangest Of Ways
  4. Floral Dresses
  5. Second Chance
  6. Love Song
  7. Soak It Up
  8. Moirai
  9. No Good At All
  10. Find Myself
  11. I Can't Change It All




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