Tigran Hamasyan

An Ancient Observer

2017 (Nonesuch) | modern classical, chamber jazz

Il meticcio, il periferico o "esotico", uniti alla febbre da rivelazione di sempre più precoci enfant prodige sono la linfa che alimenta la malmessa industria discografica, conducendo spesso nuovi volti a un'ascesa apparentemente inarrestabile su scala internazionale.
È per certo il caso di Tigran Hamasyan, attualmente ventinovenne ma sulla cresta dell'onda almeno dal 2015, quando la consacrazione riportava la firma di etichette "colte" quali Nonesuch ed ECM. Oggi è quasi sicuramente il musicista armeno più conosciuto al mondo.

L'attenzione, beninteso, è assai meritata: una proverbiale ventata d'aria fresca fra gli stili predominanti nello stato dell'arte pianistica; un tocco lirico o travolgente all'occorrenza, convergenza alchemica tra romanticismo classico, jazz-rock e tradizione popolare, con un impeto ritmico che affonda le proprie radici anche nell'heavy metal.
Nei recenti progetti per la label di Manfred Eicher, Hamasyan si è rispettivamente confrontato con la sacralità del decano Arvo Pärt ("Luys i Luso") e nel dialogo a quattro delle evanescenti sessioni post-jazz raccolte in "Atmosphères" (con Arve Henriksen, Eivind Aarset e Jan Bang), altrettanto tipiche del marchio monacense. "An Ancient Observer" si reinserisce nel percorso propriamente solista e si configura come un recital in grado di compendiare nella forma più essenziale le correnti che, in maniera vorticosa, attraversano la creatività del pianista.
Siano d'esempio per tutti il brano d'apertura "Markos And Markos", sequenza ineccepibile di temi e contrappunti dinamici e imprevedibili, o la suite "Nairian Odyssey", eclettico labirinto di proporzioni epiche capace di solcare le maglie del tempo da Bach a Petrucciani, senza abbandonare il subdolo flirt con l'universo zeuhl.

Veniamo ora al tasto dolente (e mi si perdoni l'infimo gioco di parole): non c'è infatti un solo momento in cui la nitidezza acustica dello strumento non venga inseguita, direi anzi replicata, dal borbottìo ritmico costante del prodigioso esecutore. Sono ben noti gli illustri precedenti storici, da Cecil Taylor a Glenn Gould e Maurizio Pollini, tanto assorbiti nell'esecuzione da non controllare la spontanea emissione di queste mezze voci. Ma nel caso di Hamasyan si direbbe che quello nato come un difetto sia stato visto dai produttori come un'eccentricità distintiva e pure divertente, al punto da evidenziarla, in alcuni passaggi, come deliberata scelta di missaggio.
Il risultato è alterno, e se talvolta la si può anche considerare un'ulteriore fusione con stilemi hip-hop, i tratti più intimi della scrittura libera risentono davvero tanto di questa impronta sonora - da più d'uno ascritta al vero e proprio beatboxing - distogliendo l'attenzione dall'elemento centrale.

L'estro e la riconoscibilità di un musicista solista sono elementi pressoché paritari rispetto alla qualità della scrittura e dell'esecuzione (indiscussa per Hamasyan): trovo sia comunque lecito dimostrare qualche riserva sull'effetto complessivo di un crossover che finisce addirittura per strabordare dall'intento iniziale. Per molti altri sarà senz'altro un brivido di modernità estrema; per il sottoscritto, invece, un ostacolo quasi insormontabile.

(14/04/2017)

  • Tracklist
  1. Markos And Markos
  2. The Cave Of Rebirth
  3. New Baroque
  4. Nairian Odyssey
  5. New Baroque 2
  6. Etude No. 1
  7. Egyptian Poet
  8. Fides Tua
  9. Lineagone
  10. Ancient Observer


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