I tre fratelli Charlie, Alex e Mackenzie Spencer, che insieme alla cantante Katie Munshaw formano i Dizzy, provengono da Oshawa, Ontario. Un paesone di circa centocinquantamila abitanti che Katie, anche lei originaria del posto, descrive in una sola parola: denso. Tra una casa e l’altra passa un braccio di distanza, ha dichiarato la Munshaw in un’intervista con la sua voce timida e limpida. E così, per i Dizzy, finire col suonare proprio degli abitanti di quel posto – di quelli che si conosce, così come di quelli cui si è solo incontrato lo sguardo e immaginatone i retroscena – è stato inevitabile, una non-scelta.
A guardare la copertina di questo loro primo Lp, Oshawa sembra però un luogo magico. Il cielo che si staglia sopra le villette a schiera di una stradina di periferia è chiaro e stellato e la band, nel percorrere questa strada, inizia a levitare. Come se da quelle parti ci fosse passata Campanellino. La musica dei Dizzy ha, sulle storie che incornicia, lo stesso effetto. I beat downtempo, le tastiere lunari e appena percettibili, ma soprattutto la chitarra languida e scivolosa operano sulle storie cantate da Katie come polvere di fata. E così il cuore spezzato della protagonista di “Joshua” – la stessa Munshaw? – viene ritrovato dalla mamma di quest’ultima nel bidone della spazzatura dietro casa, freddo e abbandonato, come in una dolce e un po’ macabra young adult fiction. Ugualmente romantica è “Backstrocke”, una ballad intensa e fluttuante chiusa da un emozionante refrain che reitera fino allo sfinimento “I keep waiting, waiting, waiting for you”.
Il lavoro atmosferico dei fratelli Spencer è sempre pregevole, non genera grandi sussulti, ma il suo fluire naturale sfocia in ritornelli, magari non immediatissimi, ma chiari (“Stars And Moons”, “Swim”). “Pretty Thing” presenta anche un piacevole assolo di chitarra, qui un pelo più ruvida che negli altri brani – quanto basta a farci venire in mente quella di Alex Scally. I problemi del disco, comunque sempre molto piacevole, sono dovuti probabilmente alla sua natura narcolettica e in prevalenza atmosferica, la quale fa sì che i pezzi melodicamente più deboli (“Ghost Limb”) e quelli con un ritornello meno lampante (“Calico”) non lascino il segno, risultando quasi degli interludi – un po’ lunghi e noiosi invero.
Ma poco male, i ragazzi sono ancora molto giovani e hanno già raggiunto un traguardo considerevole: trovare una chiave personale per interpretare un genere, il dream-pop, che ad oggi ha detto quasi tutto. Ci teniamo dunque strette le dolci gemme di “Baby Teeth” e aspettiamo che il quartetto lasci Oshawa, anche solo per un po’, pronto a cospargere di polvere di fata nuovi luoghi e nuove storie.
27/08/2018