Necks

Body

2018 (Northern Spy) | minimal-jazz

Servirebbe un disclaimer vistoso e inequivocabile su ogni copertina del trio australiano, valido per tutti e per me anzitutto: quando approcci un album dei Necks non deve esserci null’altro nel tuo range attentivo; non premere "play" per poi metterti a lavorare, leggere, deviare, dislocando la mente e il cuore da ciò che senti ma non ascolti; quando ascolti un disco dei Necks, esiste soltanto il suono, il suo moto costante e la sua vibrazione intrinseca.
A un anno dalle quattro suite di “Unfold”, l’ora di performance ininterrotta di “Body” ci riporta alla formula classica della leggenda minimal-jazz, entro cui il ritmo regolare rimane la componente essenziale per mantenere su binari condivisi il progressivo abbandono a quella trance esecutiva, marchio di fabbrica del trio da ormai trent’anni.

Nel lungo excursus, tuttavia, è facile individuare tre macro-sezioni nettamente “tagliate” l’una dall’altra con un improvviso cambio di atmosfera. La prima di queste rappresenta l’accogliente anticamera del rituale, simile all’imperturbabile cadenza di lavori quali “Hanging Gardens” e “Open”, tra l’inebriante tintinnare dei piatti e il profondo battito cardiaco del contrabbasso di Lloyd Swanton, mentre il pianoforte si sofferma a piacere su singoli tasti ripetutamente martellati.
Un momentaneo diradarsi dell’interplay – passaggio segnato dall’uso dell’archetto e dalle soavi ondate di un organo Hammond – anticipa l’improvviso avvampare all’unisono dal minuto 25 che, ancora una volta, sembra ispirarsi con minor clamore alle transizioni soft-loud degli ultimi Swans, con il pianoforte di Chris Abrahams accanito su uno stesso accordo che va accumulando volume e riverbero, mentre Tony Buck eccezionalmente imbraccia una chitarra elettrica dalle nervose pennate distorte, come a perpetuare l’apice climatico di uno strumentale psych-rock.

Per certi versi, insomma, una svolta inattesa e destabilizzante che allo scoccare del quarantesimo minuto rientra nella quiete apparente di una coda umbratile e contemplativa, in grado di proiettarci in una dimensione astrale del tutto opposta alla concretezza e all’ossessività della sequenza precedente. Qui risiede il senso di fluttuazione tonale e sospensione temporale quasi magica che rende uniche le session del trio acustico: ed è per questo che l’effetto calcolato di “Body” finisce per tradire un po’ l’essenza stessa dei Necks, difficilmente inclini allo sviluppo programmatico e del tutto a loro agio, invece, in un habitat performativo dove il cronometro non possa dettare legge o addirittura non sia presente. E se c’è una formazione, almeno in ambito jazz, che non necessita di alcuno shift identitario, sono proprio i cari vecchi Necks di sempre.

(21/08/2018)

  • Tracklist
  1. Body
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