Vale la pena non trascurare i dischi solisti, poiché spesso sono in grado di raccontarci molto più riguardo a un artista di quanto non faccia il suo ruolo stabile all'interno di un gruppo. Nel caso di Tony Buck, batterista storico dei
Necks, ciò si è peraltro verificato in occasioni estremamente rare, con un precedente - l'estesa sessione "Self Contained Underwater Breathing Apparatus" - che ormai risale a ben quindici anni fa.
Pubblicato dall'
aficionado e connazionale
Lawrence English tramite la sua Room40, "Unearth" si discosta, e di molto, dalla regolarità che contraddistingue il ritualismo
minimal-jazz del trio, rivendicando una maggior elasticità tanto nel
sound quanto nella gestione temporale complessiva.
Non un viaggio, ma molti viaggi vengono intrecciati da Buck attorno al suono percussivo: una digressione che sfugge a logiche narrative o descrittive e immerge l'ascoltatore in un'area acustica che fermenta con spontaneità indisturbata.
Muovendo da gesti minimi, tra crepitii statici e sottili perturbazioni di legni e bronzi etnici, montanti in un disordinato tintinnio di piatti, Buck procede a inanellare echi primitivi sotterranei e influenze orientali dai contorni sfumati, come di sitar e campane tibetane, generando così un'accumulazione eterogenea e irregolare, libera da schematismi o dal tratteggio di una banale parabola ascendente.
Ma la componente più inedita dell'insieme va individuata nel pallido lirismo chitarristico e nelle profondissime linee di basso, memori della
one-man band di Kevin Micka
alias Animal Hospital: i pochi elementi di matrice (post-)rock sono sufficienti a completare il quadro di una tensione che, oltrepassata la metà, va alimentandosi inesorabilmente sino a divenire quasi insostenibile, come un varco che minuto dopo minuto si apre su un vuoto vertiginoso.
Il vibrante ritualismo dei Boredoms periodo "
Seadrum" trova una sintesi con le solenni inaugurazioni dei recenti live degli
Swans - influenza in verità non estranea anche alle quattro facciate di "
Unfold".
Metodo e foga vanno di pari passo in questo ritorno, a conti fatti nemmeno troppo distante dalla miscela ottenuta con
Fennesz e David Daniell al Big Ears Festival di "
Knoxville". In completa autonomia Buck fabbrica un oggetto musicale tutto suo, imponente e polifonico come forse altrimenti non poteva essere dopo una così lunga gestazione. Per un motivo o per l'altro, da non perdere.