Third Eye Foundation

Wake The Dead

2018 (Ici D'Ailleurs) | atmospheric dub

Venuta meno la continuità del progetto originario in favore delle pubblicazioni a nome proprio, Matt Elliott non ha tuttavia accantonato il suo alter ego strumentale: ogni ritorno della Third Eye Foundation, per quanto sporadico, non è casuale e pare addossarsi tutto il peso emotivo e “morale” del tempo trascorso in silenzio.
Come in altri casi simili, si tratta di due ricerche espressive che si completano a vicenda: se infatti Elliott continua a scavarsi senza remore in cerca dei suoi fantasmi interiori, entità apparentemente impossibili da esorcizzare, la Fondazione sembra radunare a sé gli spiriti che popolano i grigi habitat urbani della contemporaneità.

Dai grezzi e frenetici ritmi drum’n’bass degli esordi, il musicista britannico ha gradatamente aggiustato il tiro di pari passo con la sua poetica decadente – lo si avvertiva chiaramente nella rassegnata accettazione di “The Calm Before”. Nondimeno, a sette anni dal cinereo “The Dark”, le cupe atmosfere di “Wake The Dead” sono ormai un tutt’uno con l’asfalto della metropoli evocata da Burial e Dälek, un malessere già noto benché invisibile, che serpeggia indisturbato e senza clamore.

L’iniziale title track è tra le sintesi più pregnanti del déséspoir strumentale di Elliott: le esequie sono condotte in prima fila dal lamento di una voce lirica femminile, e in seguito da una mesta fanfara di ottoni; più di qualunque percussione digitale, a incidere è l’affilata concretezza della batteria di Raphaël Séguinier, il cui rimbombo della grancassa e le bacchette sull’anello del tamburo segnano il tempo dell’irredenta Sodoma contemporanea, nel mezzo di manipolazioni analogiche, scratch e sintetizzatori sottocutanei alla Reznor – elementi messi in gioco anche da David Chalmin, collaboratore stabile dal 2013. “Procession For Eric” non ne è che il naturale seguito, nel quale si distinguono anche l’eco della voce di Elliott e il violoncello di Gaspar Claus, figlio del chitarrista di flamenco Pedro Soler.

I tratti ritmici di marca illbient e dub emergono più chiaramente a partire da “The Blasted Tower”, contrappuntati da tessiture di archi lacrimosi alla Silver Mt. Zion e ulteriori intersezioni di campionamenti vocali. Attacco invece più aspro quello di “Controlled Demolition”, sorta di reprise e variazione sul tema del brano titolare: le parti si presentano dapprima più spezzettate e inquiete, finché il violoncello non ristabilisce l’equilibrio liricamente drammatico dell’insieme. “That’s Why” introduce l’unico estratto verbale del disco: un livoroso rappato rivolto ai “fuckin’ pigs”, le antagonistiche forze dell’ordine che sopprimono chi si ribella al grigio status quo di predominio e corruzione.

L’epilogo-calderone “Do The Crawl” accentra gli ultimi cocci della devastazione esposta nel corso del disco: un’opera della quale intento e ispirazione sono, dichiaratamente, di “far danzare le anime, di unirle, e di ricordarci che, nonostante le nostre scelte e convinzioni individuali, siamo tutti componenti dello stesso insieme e che, vivi o morti, siamo per sempre legati”. Ma più delle parole, è l’intensità di questi quaranta minuti scarsi a rendere evidente un compimento espressivo che ha pochi eguali nel lungo percorso pregresso.

(12/03/2018)

  • Tracklist
  1. Wake The Dead
  2. Procession For Eric
  3. The Blasted Tower
  4. Controlled Demolition
  5. That's Why
  6. Do The Crawl
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