Joshua Sabin

Sutarti

2019 (Subtext) | ambient/elettronica sperimentale

Con il secondo album del giovane sound artist scozzese Joshua Sabin, la Subtext ritorna sui binari che le sono storicamente più congeniali: quelli di una composizione elettronica libera ed emozionale, un’espressione talmente attuale da risultare ancora oggi inclassificabile se non riferendosi all’etichetta stessa, della quale infatti essa costituisce un vero e proprio marchio di fabbrica.

L’esordio di Sabin, “Terminus Drift” (2017), rappresentava in sostanza il degno primogenito di “Continuum”, opera-cardine di Paul Jebanasam e tuttora tra gli apici del catalogo curato da James Ginzburg. Dall’iniziale, sapiente declinazione di quella “estetica del collasso” il nuovo “Sutarti” prende significativamente le distanze, accogliendo in parte anche la lezione del chimerico “Clear Stones” nel ricercare un dialogo profondo tra l’arte del soundscaping e inusuali fonti sonore d’area etno-musicologica.

Nell’ambito del virtuoso programma RE:VIVE promosso dal Netherlands Institute for Sound and Vision, specificamente dedicato alla rielaborazione artistica di materiali d’archivio, Sabin è stato invitato in Lituania per studiare da vicino le documentazioni relative al folklore musicale d’area baltica. Oltre gli strumenti tipici della tradizione popolare, come il violino e lo skudučiai (variante del flauto di pan), la maggiore fascinazione esercitata su Sabin è stata quella delle polifonie vocali denominate sutartinė (termine traducibile col verbo riflessivo “ascoltarsi”). La particolarità di tale forma canora si esprime in diafonie o discanti, ossia negli intervalli di seconda che separano le voci – tipicamente da due a quattro – spesso risultanti in dissonanze, nonché nell’iterazione di poche parole e cellule melodiche.

La manipolazione elettronica di Sabin non conserva che i tratti più essenziali di questi elementi, scheletri di armonie astratti e ricontestualizzati in una dimensione ariosa e sacrale, percorsa più da echi e ombre che da veri e propri motivi riconoscibili. Le sei tracce definiscono così uno spazio immaginario dall’impalcatura estremamente fragile, una camera di trasformazione molecolare dove i singoli suoni si deformano e assottigliano, finendo spesso col dissolversi in stati gassosi.
Se da un lato, infatti, il quarto movimento segna l’epicentro “volumetrico” della suite, con tonfi smorzati e stridori acuti dalle tonalità instabili, il quinto movimento torna a galleggiare per lunghi minuti in una dolce desolazione, tanto luminosa nei gentili fasci di corde vibrate quanto nei silenzi che le intervallano: è senz’altro questo l’apice espressivo del lavoro intrapreso da Sabin, una sublimante preghiera che si compie con l’afflato malinconico del sesto e ultimo segmento, memore dei più rarefatti onirismi degli Hammock.

Procedendo già a passo svelto in direzione dei suoi comprimari, Joshua Sabin rivendica il potere trasfigurante dei design sonori di cui si fregia la “scuola” Subtext, apponendo la propria firma su un’opera più profonda ed elaborata di quanto non appaia a un primo ascolto. La dimensione liminale di “Sutarti” non è immediatamente accessibile, in quanto ci richiede la stessa devozione all’esperienza sonora che l’ha ispirata in prima istanza. Va da sé che, a questa sola condizione, lo sforzo sarà debitamente ripagato.

(09/08/2019)

  • Tracklist
  1. Sutarti I
  2. Sutarti II
  3. Sutarti III
  4. Sutarti IV
  5. Sutarti V
  6. Sutarti VI
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