Prince

Originals

2019 (NPG/Warner Bros) | pop-funk

Christopher, Jamie Starr, Joey Coco, Alexander Nevermind. Uno, nessuno e centomila. Ancor prima di rinnegare e cambiare nome per le dispute con la sua casa discografica, Prince era solito scrivere e produrre per altri artisti nascondendosi generosamente dietro pseudonimo. Che si trattasse di lanciare nello showbiz le tante stelline del suo harem (Susan Moonsie, Vanity, Jill Jones o Susannah Melvoin), di valorizzare la carriera dei suoi amici fraterni (Morris Day e Apollonia Kotero) o semplicemente di fare un regalo a musicisti che stimava (Susanna Hoffs e Martika), l’intento era chiaro: donare a tutti questi artisti qualcosa di prezioso ma evitando di oscurare il loro valore col suo nome ormai ingombrante. Inutilmente, perché il suo tocco e i suoi cori erano sempre riconoscibilissimi anche quando magari evitava proprio di firmare il pezzo, come spesso capitava con quelli dell’istrionica percussionista Sheila E. (indimenticabili “The Glamorous Life”, “A Love Bizarre” e “Dear Michaelangelo”), tra i pochissimi a mantenere con lui un intermittente sodalizio artistico pluridecennale.

“Originals” è la terza pubblicazione postuma del Principe in due anni. Stavolta non si tratta però di pezzi scartati dai suoi progetti ufficiali (le comunque pregevolissime outtake della versione expanded di “Purple Rain”) o di private registrazioni casalinghe per piano e voce (il recente “Piano & A Microphone”) bensì di una raccolta di canzoni scritte e prodotte con l’evidente intento di farle diventare delle hit o comunque dei pezzi forti, soltanto non all’interno della sua discografia. Brani completamente rifiniti, quasi pronti per la pubblicazione, destinati invece a fungere da tutorial per quei fortunati artisti che aveva omaggiato e che poi sarebbero stati rinchiusi per sempre in cassaforte. Oggi che questi pezzi vedono finalmente la luce, ci perdoni la sicuramente contrariata anima di Prince, è incredibile notare come la maggior parte dei succitati cantanti si sia attenuta alle sue direttive in maniera quasi pedissequa, addirittura imitandone la traccia vocale.

Qualche battito in più qua e là, magari qualche linea di synth in meno ma evidentemente il rispetto di fronte a pezzi già così incredibili (e il reverenziale timore nei confronti del nostro) era tale da scoraggiare persino lo spostamento di una virgola. Dire che gli originali di Prince siano migliori delle versioni altrui che abbiamo conosciuto e amato sarebbe prevedibile e un po’ banale, ma è innegabile che gli episodi più funky siano stati concepiti più torridi e selvatici di quelli addomesticati dai Time o ammorbiditi da Sheila E. e che quando col suo falsetto cerca di immaginarsi donna (“Baby, You’re A Trip” o “Noon Rendezvous”) i pezzi assumono una più spiccata e conturbante sensualità.
Realizzati prevalentemente tra l’82 e l’86 questi brani confermano, come se ci fosse ancora bisogno, il prolifico stato grazia di Roger Nelson in quegli anni e proprio per questo “Originals” riesce clamorosamente a suonare come un album vero e proprio e non come una raccolta di pezzi slegati tra loro. E’ la quintessenza degli anni 80 di Prince, una fulgida fotografia del suo songwriting migliore e di quel Minneapolis sound capace addirittura di prevedere il futuro come nelle singhiozzanti aritmie di “Make-Up” delle Vanity 6 che sfiora scenari industrial. Un pezzo che assieme all’indiavolato funk della successiva “100 MPH” dei Mazarati regala una delle vette del disco, in competizione con l’uno-due iniziale delle amatissime “Sex Shooter” delle Apollonia 6 e “Jungle Love” dei Time, che vanno quasi a completare una colonna sonora di “Purple Rain” idealmente cantata da Prince soltanto.

Altre sorprese arrivano invece dai quei pochi momenti di disobbedienza, non sempre soddisfacenti, a cui sono poi andati incontro gli originali di Prince. In principio, “You’re My Love” era fortunatamente scevra dalle atmosfere da piano bar donatele da Kenny Rogers e anzi anticipava di un lustro i New Power Generation più blues. Del tutto assente anche la deriva caraibica di Taja Sevelle in "Wouldn't You Love to Love Me?" che fa invece bella mostra di ritmiche rockabilly, purtroppo non apprezzate da Michael Jackson che, incredibilmente, si rifiutò di registrarne una sua versione per “Bad”. Soltanto le Bangles sembrano uscire a testa alta dal confronto col maestro; la loro versione della celebre “Manic Monday”, più lenta e speziata d’Oriente, è sicuramente uno dei momenti più interessanti della raccolta, proprio perché diversa da come eravamo abituati ad ascoltarla, ma Susannah Hoffs e compagne furono davvero in grado di imparare la lezione e rielaborarla senza rovinarla, aggiungendo al pezzo il loro tipico nerbo jangle-pop.

E poi c’è Sinead O’Connor, ovviamente, la cui sontuosa cover di “Nothing Compares 2 U” riuscirà comunque a essere migliore di qualsiasi versione potrà saltare fuori dagli sterminati archivi di Paisley Park. Forse perché la O’Connor per registrare il suo capolavoro non ascoltò mai una scoraggiante versione di Prince (ai tempi non ne circolavano) ma soltanto quella scheletrica di The Family, il gruppo di Susannah Melvoin, che oggigiorno impallidisce ancor di più a confronto con quanto Prince avesse in mente. Cosa la O’Connor intravide nella loro esangue versione rimane un mistero, ma evidentemente ne colse l’essenza e la fece sua, rendendo il pezzo croce e delizia per Prince negli anni a venire, incredulo che per una volta, e una volta soltanto, un allievo (per giunta imbucato) avesse superato il maestro.

(01/07/2019)



  • Tracklist
  1. Sex Shooter
  2. Jungle Love
  3. Manic Monday
  4. Noon Rendezvous
  5. Make-Up
  6. 100 MPH
  7. You’re My Love
  8. Holly Rock
  9. Baby, You’re A Trip
  10. The Glamorous Life
  11. Gigolos Get Lonely Too
  12. Love… Thy Will Be Done
  13. Dear Michaelangelo
  14. Wouldn’t You Love To Love Me
  15. Nothing Compares 2 U




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