Sudan Archives

Athena

2019 (Stones Throw) | avant-pop, songwriter, afro-soul-tronica

Era destinata a diventare una nuova stellina del firmamento pop a stelle e strisce, pronta per essere lanciata assieme alla sorella in una sorta di versione black delle gemelle Olsen; una situazione troppo soffocante e spersonalizzante, perché una come Brittney Denise Parks potesse gestirne il peso e lasciarsi trascinare dalla corrente. Cacciata quindi di casa, la ragazza trova nel fervore creativo di Los Angeles la sua dimensione ideale, cominciando a muovere i suoi primi passi nella composizione e nella produzione, ma soprattutto a non porre freni alla sua sete di conoscenza e sperimentazione. È una storia come tante se ne sono sentite nel difficile mondo dell'industria musicale, che però descrive bene i tratti fondanti di una musicista tra le più peculiari in circolazione, autrice quest'anno di un full-length letteralmente oltre ogni immediata catalogazione.

Violinista (quasi del tutto) autodidatta, produttrice e autrice dei suoi brani, con “Athena” Sudan Archives compie un notevole balzo in avanti rispetto ai pur notevoli Ep degli scorsi anni, sposando alla natura secca, cross-culturale del suo sound un approccio notevolmente spostato verso la comunicazione pop e la manipolazione elettronica, tale da stravolgere ogni elemento di partenza in un prisma di possibilità, di volta in volta diverse. Africa (il nome d'arte scelto non è un caso) e America, soul, folk, barocchismi e manipolazioni di ogni tipo costruiscono un affresco autoriale di rara personalità, tanto espanso quanto meravigliosamente inestricabile. Ed è soltanto l'inizio.

Un po' come per la collega Kelsey Lu, il processo creativo di Parks ripudia ogni forma di linearità stilistica, trascende con forza la catalogazione in questo o quel genere, donando da un lato nuova duttilità al suo strumento d'elezione, dall'altro rafforzando un'identità musicale fluida, che può contenere ogni tipo di forma sonora senza difettare in carattere e personalità. Il fidato violino diventa quindi ideatore di affascinanti lineamenti melodici (la spazialità di “Black Vivaldi Sonata”, in cui la voce, dal taglio innodico, si innesta quasi come strumento secondario), imbastisce trascinanti bordoni ritmici (lo splendido singolo “Glorious”, in cui traccia un parallelo tra una giga irlandese e l'Africa), si compatta in commenti d'atmosfera, rasentando la ambient (i due affascinanti interludi, in odore di neoclassica; le dolorose fughe di “Down On Me”). Il tutto tiene conto di una fermezza nella scrittura che non lascia niente al caso, che sa come sfruttare i costrutti della modernità black senza rimanerne schiacciata, utilizzarla come supporto a un contesto più ampio piuttosto che come punto d'approdo.

In un dualismo lirico che prova a sondare il lato buono e quello più oscuro di se stessa, Sudan è artista padrona del proprio destino, consapevole del proprio agire e delle percezioni che la circondano. È anche così che i suoi brani riescono a toccare un così ampio spettro di sensazioni, a richiamare nell'arco di una sola accoppiata la sterminata vastità dei deserti sudanesi (la calorosa premura che ispira “Green Eyes”) e il fragile equilibrio delle brughiere islandesi (la vivida leggerezza, in odore di soul, di “Iceland Moor”), come pure l'energia del funk, privandolo però del suo consueto groove (una “Honey” che tiene conto della lezione ibrida di Erykah Badu).
Creativo e intelligente, proprio come la dea a cui il disco è dedicato (e che viene trasfigurata nella sua versione black), “Athena” è esperienza fremente, un'esplosione di vita che sa come trarre forza dai suoi più netti contrasti. Fascinosamente irresistibile.

(19/11/2019)

  • Tracklist
  1. Did You Know
  2. Confessions
  3. Black Vivaldi Sonata
  4. Down On Me
  5. Ballet Of The Unhatched Twins I
  6. Green Eyes
  7. Iceland Moss
  8. Coming Up
  9. House Of Open Tuning II
  10. Glorious
  11. Stuck
  12. Limitless
  13. Honey
  14. Pelicans In The Summer




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