Kelsey Lu

Blood

2019 (Columbia) | art-pop, chamber-pop, songwriter

Ascoltare un disco come “Blood” equivale a perdersi nei meandri irresolubili di un enigma, vagare nel buio con la sola dotazione di una fiammella e un manuale scritto in una lingua apparentemente intelligibile, al tempo stesso dal significato del tutto sconosciuto. Non si tratta di certo di immagini originali, sono però accenni utili a delineare il profondo carattere evocativo di un album che si infiltra sotto pelle e non molla più la presa, pronto a inabissare certezze faticosamente acquisite. Chi è la responsabile di questo affronto? Una delle più virtuose e sensibili autrici emerse negli ultimi anni, assieme al suo fidato violoncello, al quale demandare sofisticate armonie sonore. Una nuova musicista folk dall'anima vagabonda e dalla formazione classica? A giudicare esclusivamente “Church”, il primo diafano nucleo di canzoni pubblicato tre anni fa da Kelsey Lu, il sospetto sorge più che spontaneo. Il presente dell'artista, nel frattempo apertasi a nuove collaborazioni, parla un linguaggio completamente diverso.

Tutt'altro che disposta a dissipare il velo di mistero attorno al suo intricato processo creativo, la musicista sfrutta la dimensione del suo primo album (nientemeno che sotto una major) per amplificare l'afflato arcano della sua musica, espandendo il complesso dialogo col suo strumento alla volta di un'impossibile alchimia pop, issata sulle più disparate direttrici espressive. Le mille e più anime di Kelsey Elizabeth McJunkins vengono chiamate a raccolta in un unico consesso, firmando un progetto che cerchia il nome della musicista sulla mappa del nuovo cantautorato americano. E questo è solo l'inizio, per una carriera dal potenziale già elevatissimo. Ora cantastorie, premurosa osservatrice di passato e presente (“Rebel”, commossa apertura cameristica/corale dedicata all'incontro tra i propri genitori), ora tramite di un personale accento poetico (il tocco da ballata dark-folk di “Pushin Against The Wind”, inframmezzata da inattese inflessioni medievaleggianti), l'autrice manifesta già tutta la sua versatilità, non soltanto in un ambito strettamente tematico, ma anche e soprattutto dal punto di vista compositivo e di tono. Nel mettersi letteralmente a nudo, la musicista appare più misteriosa che mai.

Anche in questo circo di sensazioni, di toni mantenuti in costante movimento, vi è un baricentro portante che non fa crollare l'intera operazione, trasformandola in una compilation buona come semplice presentazione. Con la sua voce cangiante, capace di passare dal melisma lirico al ritualismo gotico in uno schiocco di dita, Kelsey Lu rimane l'effettivo punto di snodo dell'intera operazione, l'asse portante che coordina e manovra, dando corpo e assetto alle evanescenti visioni di una penna già fortemente personale. È così che il castello non crolla, che all'interno dello stesso progetto convivono suadenti motivi ambient-pop, dal raffinato e assolutamente contemporaneo eclettismo (la danza al rallentatore di “Due West”, prodotta nientemeno che da Skrillex), potenziali hit per universi paralleli (la chamber-disco di “Poor Fake”, impreziosita dalla più intensa performance vocale del lotto), addirittura rimaneggiamenti di mostri sacri della canzone britannica, adattati al tono sfuggente, inafferrabile del canto (la cover atmosferica di “I'm Not In Love” dei 10cc, certo non la scelta più azzardata, per quanto ottimamente interpretata dall'autrice). Bizzarri frangenti onirici (i Hugo Largo liofilizzati e modernizzati di “Why Knock For You”) e torsioni neoclassiche (“Foreign Car”, gestita su ostinati ossessivi e variazioni improvvise di tono) aggiungono ulteriori tasselli a un puzzle a dir poco caleidoscopico, ma che invita a risolvere il suo mistero con seducente pazienza, ascolto dopo ascolto.

Poco importa se poi, alla fine, a una soluzione precisa non si arriva. Nel suo disperdere le tracce, nel giocare con un'attitudine che sa muoversi tra epoche e stili, per quanto con uno sguardo perfettamente contemporaneo, Kelsey Lu pone già da ora una seria candidatura per elevarsi a volto chiave del cantautorato più arty. Il talento e la dedizione non mancano, se la consistenza e un pizzico di fortuna saranno dalla sua parte, l'autrice losangelina potrà splendere come merita. Già adesso, con un nucleo discografico ancora concentrato, il suo è un diamante a tratti davvero accecante.

(15/05/2019)

  • Tracklist
  1. Rebel
  2. Pushin Against The Wind
  3. Due West
  4. Kindred I
  5. Why Knock For You
  6. Foreign Car
  7. Poor Fake
  8. Too Much
  9. I'm Not In Love
  10. Kindred II
  11. Atlantic
  12. Down2ride
  13. Blood




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