Moor Mother

Circuit City

2020 (Don Giovanni) | free jazz, experimental

Mentre scrivo queste righe, Camae Ayewa ha appena pubblicato “Brass”, nuovo lavoro a nome Moor Mother condiviso con il rapper billy woods, metà del favoloso duo hip-hop Armand Hammer che qualche mese fa l’aveva ospitata in una traccia del classico istantaneo “Shrines”. Ci sarà modo di parlarne anche qui, ma questa ennesima release è un buon paradigma per mostrare ancora una volta come quest’artista straordinaria - che trovo veramente arduo non considerare una delle voci chiave del nostro tempo - dia sfogo a un’ispirazione inarrestabile: quando ci si ritrova a parlare di un suo album, ecco che lei è già altrove, pronta ad accendere mille altri fuochi di guerriglia sonica, poesia rauca che trasforma in oro i soundscape più diversi.

Solo quest’anno si contano l'eccelso “Who Sent You?” degli Irreversible Entanglements, tra gli assoluti di questo 2020 che finisce; un fascinoso singolo per Sub Pop; i glitch tra sogno e incubo della cassetta a tiratura limitata “Anthologia 01”, con il producer Olaf Melander; il tuffo di testa nel post-hardcore di casa Dischord per il progetto Moor Jewelry. E poi questo “Circuit City”, versione audio del suo primo lavoro teatrale - “part musical, part choreopoem, part play”, si legge nelle note di presentazione - messo in scena nel giugno dello scorso anno al FringeArts di Philadelphia.
Ce ne sarebbe di che perdere la bussola, non fosse per il collante di una visione artistica unica e immediatamente riconoscibile: sempre dissonante, radicale, necessaria.

E sempre politica, indistinguibile dal tessuto sociale lacerato che Ayewa vede intorno a sé: “Circuit City” origina infatti da una dolorosa riflessione sulla crisi degli alloggi popolari che affligge Philadelphia, una crisi profonda in cui razzismo, sessismo, omotransfobia e abilismo sono la norma - si veda in tal senso il saggio breve “Reverse Gentrification of the Future Now” di Rasheedah Phillips, diffuso in occasione della première.
Il circuito del titolo, dunque, è il loop di discriminazione sistemica in cui vengono incastrate le minoranze, un ciclo infinito di limitazioni e deprivazioni di spazio - un’abitazione a prezzi accessibili, appunto - e di tempo - ad esempio, gli sfratti improvvisi e spesso illegali che non danno modo ai residenti di cercarsi un nuovo alloggio, con prevedibili conseguenze. E lo spaziotempo è sempre stato il fuoco delle parole di Ayewa, sin da quando si è sentito per la prima volta il nome Moor Mother.

Diviso in quattro atti, “Circuit City” si avvale del contributo degli altri Irreversible Entanglements - Keir Neuringer (sassofono), Aquiles Navarro (tromba), Luke Stewart (contrabbasso), Tcheser Holmes (batteria) - cui si aggiungono inserti di elettronica dal gusto seventies di Steve Montenegro. Ma se il free jazz della band madre è saldamente ancorato a terra - e che si tratti di un deserto di sabbia o di una giungla d’asfalto, è comunque una terra arida, minacciosa, desolata - e si percepiscono distintamente la fisicità e la materia degli strumenti, “Circuit City” disarticola quegli elementi e li proietta nel vuoto sospeso di un’atmosfera fantascientifica e digitale, in aperto contrasto con il timbro caldissimo della voce: l’effetto di questa contrapposizione non potrebbe essere più straniante.

Tematiche ricorrenti, dicevo: il black trauma, la mitopoiesi, la visione non-lineare del tempo, la perenne sensazione di essere manovrati e controllati. “Working Machine”, in apertura, riflette a voce alta proprio su un trauma così profondo, così radicato da rendere difficile dire quando sia cominciato; “Circuit Break” la segue a rotta di collo, mentre il clima si fa soffocante, i fiati ronzano impazziti e la composizione annaspa in debito d’ossigeno fra versi che sanguinano visioni di giganti invisibili - la mano di un potere tech tanto più opprimente poiché sempre meno riconoscibile.
Mancano aria e luce, in questa prima metà, e “Time Of No Time” porta un sollievo inatteso. La vocalità di seta di Elon Battle guida i primi minuti in un clima di calma apparente; Holmes cerca di trattenersi dietro al drum kit e Stewart al contrabbasso improvvisa un saliscendi da spy-story, prima che rientrino Neuringer e Navarro a battagliare come sempre e Ayewa con il consueto, solenne declamato. Il trampolino di lancio perfetto per l’assalto all’arma bianca di “No More Wires”, quarto atto che chiude l’opera con i toni di chi non ha paura di pretendere il proprio futuro (“a beauty of our own design/ an ugliness of our own design”).

È un lavoro ispido e brutale, questo “Circuit City”. A tratti è perfino troppo rivolto verso l’interno, perdendosi un poco della strepitosa capacità comunicativa che anche i momenti più ostici di “Fetish Bones” o “Analog Fluids Of Sonic Black Holes” sapevano conservare. Qua e là, poi, la poetica smarrisce forza espressiva: “You can’t go to war without a drum/ and you can not timetravel and seek outer and inner dimensions without free jazz”, per dire, è una strofa efficace ma forzata, forse troppo programmaticamente sloganistica.
Eppure resta un lavoro significativo, nonostante il materiale non sia tutto allo stesso livello: Camae Ayewa, con la sua avanguardia rumorosa, iper-politicizzata e fuori misura, mostra che l’arte può essere ancora impegnativa e centrale anche in tempi in cui pare le si chiedano solo fruibilità e popcorn, lasciando complessità e sperimentazione a pietre miliari ormai storicizzate che lasciamo a prendere polvere sugli scaffali. “Circuit City” ricorda invece che l’espressione artistica deve ambire a essere trasformativa: in questo caso, con un deflagrante hacking di sistema che costringe l’ascoltatore a farsi domande scomode sul proprio ruolo - problema o soluzione? - nel mondo che lo circonda.

(28/12/2020)

  • Tracklist
  1. Act 1 - Working Machine
  2. Act 2 - Circuit Break
  3. Act 3 - Time Of No Time
  4. Act 4 - No More Wires
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