RVG

Feral

2020 (Fire) | jangle-pop, indie-rock

Sembra strano in questo mondo globalizzato in cui ognuno, ovunque si trovi, può suonare un genere partorito in tutt'altri luoghi e tutt'altre epoche. Eppure, per qualche ragione sconosciuta e per qualche evidente radice culturale, esistono ancora uscite discografiche che sembrano fatte apposta per rimarcare l'indissolubile legame tra un certo luogo e un certo sound. Nel caso degli RVG, il luogo è l'Australia (Melbourne, per la precisione) e il sound è quel miscuglio di indie-rock e jangle-pop in chiave ottantiana che la scena della terra dei canguri ha saputo plasmare in modo del tutto peculiare e riconoscibile, dai Go-Betweens in giù.

A due anni dall'esordio “A Quality of Mercy”, un album discreto ma ancora incerto sulla direzione da intraprendere tra rigurgiti punk e suoni levigati, “Feral” si staglia come un'opera tanto fresca quanto immediata. Un gioiellino di jangle-pop in salsa aussie, appunto, infarcito di canzoni che sembrano scritte apposta per diventare instant classic – forse anche in ragione di quella patina retrò che le ammanta. Il che rischia anche di mettere in secondo piano i testi di Romy Vager, la mente dietro il combo, infarciti di riflessioni sulla direzione che il mondo sta prendendo ancora prima che l'emergenza coronavirus costringesse un po' tutti a fare i conti con la realtà. La dissonanza cognitiva evocata in “Christian Neurosurgeon”, brano presentato in anteprima mondiale su OndaRock, è uno dei vari inviti a riflettere sullo stato delle cose presenti nel disco.

Ciò che però davvero stupisce di questo repertorio è la freschezza che traspare da ogni melodia, sintomo inequivocabile di un momento particolarmente favorevole a una band che, dopo gli esordi in “provincia”, si è trovata catapultata nelle realtà di festival quali SXSW e Roskilde. Per quanto incerti sui sentimenti che li animano, per quanto intrisi di un'anima rock tutt'altro che messa a tacere, i dieci pezzi di “Feral” si distinguono per l'eleganza innata che li attraversa (vale la pena di sottolineare il lavoro a livello di produzione di un guru quale Victor Van Vugt, già all'opera con gente come PJ Harvey e Nick Cave & The Bad Seeds.

Le cascate di note di chitarra di “Help Somebody” sono il migliore biglietto da visita di questo album, alla pari con il classic rock cristallino di “Alexandra” e gli arpeggi agrodolci di “I Used To Love You”, una vivida cartolina da un'epoca agli sgoccioli nell'attesa che una nuova era si apra.
I retaggi punk riemergono nella tagliente “Prima Donna” e nella declamata “Asteroid”, ma senza mai perdere di vista la bussola melodica – un po' come accade nelle canzoni dei The Goon Sax, più o meno. Non bastasse, arriva anche una “Perfect Day” che evoca The Smiths a tradimento. Il crescendo accorato di “Photograph” è il degno finale di un disco il cui fascino rapisce subito e non si attenua con il ripetersi degli ascolti. Ferale, ma con grazia.

(01/05/2020)

  • Tracklist
  1. Alexandra
  2. Asteroid
  3. Christian Neurosurgeon
  4. Little Sharky & The White Pointer Sisters
  5. Help Somebody
  6. I Used To Love You
  7. Prima Donna
  8. Perfect Day
  9. The Baby & The Bottle
  10. Photograph






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