Tatsuro Yamashita

Boku no naka no shounen (2020 remaster)

2020 (Moon) | city pop, synth-funk

“僕の中の少年” (“Boku no naka no shounen”, ossia “Il ragazzo [che è] in me”) è un disco molto importante per la carriera di Tatsuro Yamashita.
Nel momento in cui uscì, da circa una decina d’anni la musica giapponese si era stabilizzata su alcuni precisi pattern: da un lato i cantanti enka (musica difficile da spiegare a un pubblico occidentale, ma che potremmo indicare come il country-pop locale) e gli idol, o aidoru (giovani cantanti senza alcun controllo artistico, mandati in televisione per essere trattati come bambole e venduti come una bottiglia di Coca Cola); dall’altra la cosiddetta “new music”. Composta dai cantautori e dai cantanti pop più raffinati (quelli oggi considerati parte del city pop), premeva per un controllo diretto sulle proprie creazioni e rifiutava di vendersi tramite apparizioni televisive.
Non è ovviamente da intendersi come una cesura inscalfibile: c’erano anche cantautori più leggeri, che accettavano il compromesso mediatico, ma diciamo che pur conoscendo anche fasce intermedie, i due blocchi erano grosso modo veritieri.

Yamashita era uno dei più integerrimi rappresentati della new music o del city pop che dir si voglia: non è mai apparso ospite in un programma d’intrattenimento. Eppure riuscì a emergere, grazie al sostegno delle radio, della critica, e anche degli spot pubblicitari, che a un certo punto fecero a gara per accaparrarsi suoi brani da mettere in sottofondo (era quindi il mondo del marketing che si adattava alle sue sonorità e non viceversa).
“Boku no naka no shounen” raggiunse i negozi nell’ottobre del 1988, schizzò al primo posto in classifica, dove rimase per tre settimane, e vendette 545mila copie in sei mesi. L’artista lo considera un concept-album, incentrato sulla sua maturazione, mettendo a contrasto ricordi d’infanzia, la vita urbana della Tokyo anni Ottanta e l’esperienza di diventare padre (uno dei suoi figli era nato proprio mentre iniziava a elaborare i nuovi brani). Alla fine si tratta però di un tracciato abbastanza labile e l’unica differenza con i testi del passato è che in questi si rintracciano, senza peraltro esagerare, maggiori dosi di intimismo e introspezione.

La novità saliente risiede semmai nella produzione del disco. Questo è il primo capolavoro digitale di Yamashita, in quella che è stata una scelta piuttosto sofferta per l’artista: sono infatti noti sia il suo amore per il suono analogico, sia la sua volontà di produrre musica che risulti al passo coi tempi. Questi due elementi, nel 1988 non erano in alcun modo compatibili: la registrazione analogica sembrava stare scomparendo per sempre (oggi sappiamo che non sarebbe stato così) e fare un disco specchio della modernità significava di fatto abbracciare il digitale.
Caso volle che la Sony mise in commercio l’adattatore audio Pcm-1630 proprio in quel periodo, consentendo una produzione digitale dal suono pieno e dinamico. Yamashita si convinse così di poter divorziare dall’analogico in maniera meno dolorosa del previsto. I risultati gli diedero ragione.

“Shin Tokyo Rhapsody” apre il disco con un incalzante groove di sintetizzatori, accordi jazz, assoli di armonica a bocca e tromba (suonata dal blasonato jazzista statunitense Jon Faddis). Il titolo è un omaggio a un classico del foxtrot dell’anteguerra, “Tokyo Rhapsody” di Ichiro Fujiyama (1936).
“Get Back In Love” è il singolo di punta, soft ballad con armonie vocali influenzate da Brian Wilson, nel complesso piuttosto sdolcinata e poco rappresentativa del resto della scaletta: fu tuttavia lo stesso Yamashita a sceglierla per lanciare l’album, convinto che a trentaquattro anni avesse ormai più possibilità di sfondare con una ballata che con un brano ritmato.
Le quotazioni risalgono subito con “The Girl In White”, suonata per intero da Yamashita (fa eccezione soltanto il solo di sax di Shigeo Fuchino, uno dei più richiesti turnisti giapponesi): col suo ritmo programmato, perfetto mix fra techno-pop e r&b futurista, può gareggiare con le migliori canzoni di Hall & Oates (che peraltro non hanno un singolo di questo livello nella seconda metà degli anni Ottanta).

“Samui natsu” è un brano intimista, il cui testo – scritto dalla moglie di Yamashita, la popstar Mariya Takeuchi – rimpiange il tempo passato e le occasioni perse da giovani, con una costruzione fatta di tenui botta e risposta fra voce principale e cori (cantati dallo stesso Yamashita), ma anche di calibrati crescendo orchestrali (il brano è coarrangiato dal compositore Katsuhisa Hattori).
“Odoro yo Fish” era uscita un anno prima come singolo, senza particolare successo (come molti degli artisti giapponesi di maggior rilevanza artistica, Yamashita vendeva album in grandi quantità, ma era meno efficace coi 45 giri), venendo poi reincisa per l’inserimento nell’album. È il classico tripudio estivo di Yamashita, una sorta di upgrade tecnologico di “Loveland, Island” (da “For You”, 1982): ecco quindi bassi slappati, armonie vocali sunshine pop, ritmica ricamata dal glockenspiel, assoli di sax e atmosfera tropicale.

Il secondo lato del vinile si apriva con un sentimento decisamente più malinconico: “Luminescence” è la miglior ballata dell’album, forte di un contrasto fra sottrazione in fase compositiva (è basata su due accordi) e arrangiamento stratificato, sia a livello strumentale (il ritmo è costruito da batteria elettronica, batteria acustica e drum machine – a cui si aggiungono basso slappato e pattern di tastiere elettroniche ripetuti come in un fantascientifico “Bolero” di Ravel), sia a livello vocale (sono pochi i brani in cui Yamashita ha sovrapposto così tante linee: su due piedi vengono in mente “Christmas Eve”, “Kaze no kairo” e poco altro).
“Marmalade Goodbye” è un altro inno: scritta per una serie di spot da abbinare al lancio della Honda Integra e inizialmente pensata come singolo, avrebbe certamente ritratto il disco meglio di “Get Back In Love”. Si tratta di uno dei brani preferiti di Yamashita, per quanto l’abbia sempre trovata particolarmente difficile da eseguire dal vivo, escludendola ben presto dalla sua attività concertistica. Vale al riguardo quanto già scritto per l’articolo sul city pop presente su OndaRock: si tratta di un ibrido fra J-pop, sophisti-pop e synth-funk, con un basso maestoso e un assolo di sax che toglie il fiato (di nuovo Fuchino).
Dopo “Soubou”, ballata forse zuccherina, ma di certo suggestiva e presto diventata cavallo di battaglia durante i concerti, si arriva al gran finale con la title track, anche questa prodotta per gli spot della Honda Integra. Il brano è diviso in due parti: prima un’ariosa cavalcata city pop con echeggianti jangle di chitarra, bassi sintetici e glockenspiel, poi marcetta psichedelica strumentale con tamburi campionati e gran dispiego di riff e droni elettronici.

L’album venne eletto undici anni più tardi come il migliore della carriera dell’artista in una votazione indetta dal fan club ufficiale, tramite la fanzine “Tatsuro Mania”. Oggi viene ristampato in vinile e cd, nel secondo caso con ampia aggiunta di tracce bonus (versioni alternative, basi per karaoke e una B-side, “First Luck”, dal singolo di “Get Back In Love”). Rimane uno dei capolavori del city pop e uno dei dischi più importanti di tutto il synth-funk.

(23/12/2020)

  • Tracklist
  1. 新・東京ラプソディー (Shin Tokyo Rhapsody)
  2. ゲット・バック・イン・ラブ (Get Back in Love)
  3. The Girl in White
  4. 寒い夏 (Samui natsu)
  5. 踊ろよ、フィッシュ (Odoro yo Fish)
  6. ルミネッセンス (Luminescence)
  7. マーマレイド・グッドバイ (Marmalade Goodbye)
  8. 蒼氓 (Soubou)
  9. 僕の中の少年 (Boku no naka no shounen)
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