Ches Smith And We All Break

Path Of Seven Colors

2021 (Pyroclastic) | jazz, vodou haitiano

Ches Smith è nato due volte. La prima, come compositore e batterista jazz/avant/rock in mille progetti a proprio nome e in qualità di accompagnatore di mostri sacri - Marc Ribot, John Zorn, Xiu Xiu, Tim Berne, Mary Halvorson; la seconda, come ammiratore e poi studioso del vodou haitiano, sin dal primo incontro con quel sound al Mills College di Oakland, intorno al 2000. Una musica locale dal profondo valore sociale e spirituale, di cui drumming e canto costituiscono la spina dorsale; una musica che ha a che fare con la perdita del controllo di sé e la possessione, come spiega Paolo Pecere nell’ottimo “Il Dio che danza” (Nottetempo, 2021), denso saggio antropologico che girovaga sul mappamondo indagando fenomeni di trance indotta dal suono.

Il vodou prevede l’evocazione dei lwa, spiriti che possiedono il corpo e gli permettono di trovare una valvola di sfogo alla sofferenza del quotidiano: non è casuale che l’origine della rivoluzione degli schiavi del 1791 si collochi nel contesto della cerimonia religiosa del Bois Caïman, nella notte del 14 agosto di quell’anno - nel racconto di Pecere, una vecchia che si alza con “il corpo scosso da brividi prolungati: canta, piroetta su se stessa, fa girare un grande coltellaccio sopra la testa”; e non è casuale che, a questo culto sincretico e alle testimonianze dei suoi effetti, l’occidente abbia spesso lanciato sguardi screditanti, oltre a trovare in esso una fonte d’ispirazione in campo artistico.
Avvolte da un alone di magia nera, le usanze haitiane hanno fornito pretesti narrativi per moltissimi zombie movie, dall’uscita di “White Zombie” - del 1932, di Victor Halperin e con Bela Lugosi - fino a “Zombi Child” (Bertrand Bonello, 2019). Ma c’è, nel vodou, anche un aspetto di conforto spirituale che nasce dal riunirsi e annulla, attraverso il ritmo, la distanza fra sacro e profano: la regista Maya Deren pone questa “danza morale” a metà tra un valzer e un ballo cubano che produce negli esecutori - ora, posseduti, liberi e virtuosi - umori romantici e sensuali.

We All Break, il progetto di Smith, prende il nome dal break ritmico - o kase, nella tradizione - che invoca lo spirito e dà inizio alla possessione. Nato nello scorso decennio dall’incontro con il percussionista vodou Daniel Brevil, We All Break si è manifestato una prima volta come quartetto nel 2015, in sette tracce austere ed eccitanti, ora riproposte come appendice al nuovo album in una ricchissima edizione in cd. Per “Path Of Seven Colors”, pubblicato da Pyroclastic a giugno 2021, il nucleo originario - comprendente, oltre ai già citati Smith e Brenvil, Markus Schwartz al tanbou e Matt Mitchell al pianoforte - si è ampliato a ottetto, includendo Miguel Zenón (sax alto), Nick Dunston (contrabbasso), Fanfan Jean-Guy Rene (tanbou) e la vocalist Sirene Dantor Rene.
Il risultato è distillato in otto tracce freschissime e imprevedibili, in cui il clash tra la poliritmia e la politonalità del vodou e l’improvvisazione del jazz dà vita a un ibrido travolgente, settanta minuti di rapimento estatico e celebrazione festosa che si vorrebbero senza fine. E che non rischia nemmeno per un secondo di trasformarsi in appropriazione culturale, vantando la stessa delicatezza con cui i Coldcut avevano approcciato gli artisti di Soweto e un’idea miracolosa chiamata Keleketla.

È un esercizio superfluo, probabilmente, addentrarsi nella descrizione delle singole tracce di “Path Of Seven Colors”, dato il senso di epifania che avvolge le esecuzioni dalla prima all’ultima battuta; è però senz’altro utile sceglierne alcune come paradigmi, zoom-in sui dettagli di un arazzo di dimensioni davvero ragguardevoli, e “Here’s The Light” funge da perfetta introduzione. In principio sono le percussioni, minacciose come un temporale ormai prossimo (o è forse una rivolta?); poi un solo di sax e l’entrata in scena delle voci, con scintillanti botta-e-risposta tra solisti e coro, fino al dichiararsi del kase, tuffo nella vertigine ritmica che tutti i musicisti devono essere pronti a seguire senza indugio. Lo stacco successivo è più marcatamente jazz, come se Smith tentasse di ritornare in controllo cercando appigli in ciò che conosce meglio - nelle parole di Stewart Smith (The Wire, luglio 2021), una composizione “costruita intorno allo yanvalou, con una concezione armonico/melodica presa in prestito da Ornette Coleman”.

Altrettanto estesa - nove minuti - è “Leaves Arrive”, introdotta dalla voce femminile con un accompagnamento sparso di basso e tamburi, ricordo di un lento risveglio in una luce naturale; si intuiscono i musicisti intenti a guardarsi negli occhi alla ricerca di un tema condiviso: parte allora un handclapping insistito, subito raddoppiato in velocità, con il solista che chiama la risposta prima dell’ennesimo cambio di ritmo e tono. Rasenta invece il quarto d’ora “Lord Of Healing”, ancora un attacco tutto in crescendo con il coro che irrompe in una stanza occupata fino a quel momento da un’unica voce, sonorizzazione di una personalità multipla ed esondante - e di nuovo viene in mente Pecere: “L’invasato diventa diversi personaggi pittoreschi, per esempio il genio della morte Guede, un tipo dispettoso che indossa cappelli a cilindro, bombetta e un vecchio frac, ama gli occhiali da sole e si diverte a rubare, danzare oscenamente e interpellare chiunque utilizzando turpiloqui e giochi di parole”. Al quinto minuto, Rene detta una frase che anticipa un’altra accelerazione decisa dai tamburi, che Mitchell e Zenón inseguono scapicollandosi; allo scavallare dell’undicesimo, osserviamo un corpo apparentemente esausto rialzarsi e trovare l’energia per scatenarsi in un ultimo, infuocato tour de force.

La title track è inizialmente una falsa partenza, strumenti in cerca di un’accordatura. C’è ancora un’aria di pericolo imminente, un magistrale cliffhanger di tensione, mentre il pianoforte emerge insistente dal fondo come un incubo in avvicinamento che pian piano prende forma; ma è un falso allarme, perché la danza che segue a ruota è assai meno scheletrica di quanto si potesse temere. A 6’38” ci s’incastra in un loop apparentemente infinito, così millimetrico da sembrare campionato, qualcosa su cui un Makaya McCraven lavorerebbe più che volentieri: il riff di sax e la circolarità del drumming inducono nell’ascoltatore una sensazione di sospensione che non dura nemmeno un minuto, ma in cui il tempo sembra letteralmente sfarinarsi. L’arcobaleno del titolo fa riferimento ad Ayida-Weddo, un benevolo lwa della famiglia Rada, ma aiuta anche a convogliare tutto il colore e il calore di un suono cangiante, instabile, in perenne mutamento.

Con “Path Of Seven Colors”, Ches Smith e i suoi We All Break regalano un’esperienza emotiva unica, di cui può essere capace soltanto una musica non ripiegata su se stessa ma connessa strettamente all’esperienza; priva, dunque, di quell’aspetto meta che slega quasi ogni espressione artistica che nasce oggi nel primo mondo - sia essa underground o mainstream - da un qualunque orizzonte sociale collettivo. Da queste meravigliose incisioni, al contrario, divampa una fiamma gioiosa, che arde di un inestinguibile senso di necessità.

(27/01/2022)

  • Tracklist
  1. Woule Pou Mwen
  2. Here's The Light
  3. Leaves Arrive
  4. Women Of Iron
  5. Lord Of Healing
  6. Raw Urbane
  7. Path Of Seven Colors
  8. The Vulgar Cycle
Ches Smith And We All Break on web