Sempre alla ricerca di nuove dimensioni per la propria musica attraverso il
sampling, Makaya McCraven è una delle stelle polari del
nuovo jazz statunitense. L'idea di costruire miniature percussive e muscolari - campionando la propria batteria e gli interventi di altri musicisti coinvolti in sudatissime
jam session - ha generato piccoli classici contemporanei del taglia-e-cuci "(
In The Moment", i sei lati di "
Universal Beings") che si inseriscono in un canone che parte dal Teo Macero di "
In A Silent Way" e arriva fino a
J Dilla, numi tutelari di cui non è difficile scorgere l'ombra lunga nell'opera di McCraven.
E l'attenzione alla tradizione - o meglio: la consapevolezza di sé all'interno di un
flow ritmico lungo più di mezzo secolo - suona evidente nella produzione del trentottenne
beatmaker, particolarmente nel confronto diretto con i classici in operazioni discografiche che destano interesse e perplessità insieme. Grandissima classe, nel
re-imagining di "
I'm New Here" che vestiva le rauche riflessioni dell'ultimo
Gil Scott-Heron di raffinate elucubrazioni soul-jazz: nulla è intoccabile, e a McCraven va dato credito per il coraggio nell'affrontare un testamento sonoro nato perfetto, ma di tanto in tanto si avvertiva la sensazione che, lavorando per levigatura di spigoli, il batterista non fosse in grado di mettersi realmente in conversazione con l'originale, tradendone - senza accorgersene, temo - lo spirito. Pecca da cui non è esente nemmeno l'ultimo omaggio ai maestri, "Deciphering The Message", pubblicato sul finire dello scorso anno: una selezione di brani dal catalogo Blue Note - tra gli altri: Art Blakey, Horace Silver, Jack Wilson, Dexter Gordon, Kenny Burrell - in cui alle registrazioni originarie si aggiunge e sovrappone il contributo live dei musicisti diretti da McCraven, vero
dream team che mette in campo Joel Ross (vibrafono), Marquis Hill (tromba), Greg Ward (sax alto), Matt Gold (chitarra),
Jeff Parker (chitarra), Junius Paul (basso) e De'Sean Jones (sax tenore, flauto).
"Volevo focalizzarmi maggiormente sul catalogo più datato e su un'era precisa",
afferma il
bandleader, artista abituato a lavorare per progetto: introdotto dalla voce di William Clayton "Pee Wee" Marquette,
host del Birdland dal 1949 al 1965, l'album suona come una
period soundtrack che trasporta l'ascoltatore in un punto preciso dello spaziotempo - una serata a Manhattan, a metà Novecento. Ma se valenza didattica, compattezza narrativa e perizia tecnica sono fuori discussione, lungo questi quarantadue minuti di gran nitore si perdono per strada intensità e interesse: semplicemente, mentre le tracce scorrono sullo stereo ordinate in perfetta sequenza, ci si ritrova a volte a fare altro - mai un buon segno.
Chiarisco, però. Non mancano motivi per apprezzare sinceramente "Deciphering The Message", a partire dall'impatto fisico di un
sound davvero corposo e dalle modalità di realizzazione - un
ensemble che interagisce con dischi del passato da cui non era possibile isolare singole linee strumentali: non esiste
multitracking nelle registrazioni Blue Note fino all'inizio degli anni Settanta,
ricorda Don Was, "non puoi prenderti un assolo di Lee Morgan senza portarti dietro tutto il resto della band".
E non mancano nemmeno gli
highlight: l'apertura turbinosa di "A Slice Of The Top", che mixa il parlato inconfondibile di Pee Wee al
sample di Hank Mobley (registrato nel 1966, pubblicato nel 1979), asciugando i dieci minuti della fonte a soli tre giri d'orologio in cui ogni strumento diventa puro
tool ritmico, un distillato del meglio che si ascolterà in seguito; le romanticherie di "Autumn In New York" (da "Blue Lights" di Kenny Burrell, 1958), che colorano di azzeccati
loop di batteria e fiati il delicato autunno dell'originale ma lasciano il microfono alle chitarre, così "parlanti" da ricordare un'improvvisazione vocale di
Erykah Badu; l'euforica "Black Rhythm Happening" (dall'omonimo di Eddie Gale, 1969), sguaiatissimo
call-and-response trasformato in un gioiellino
Parliament - e qui McCraven sembra dare l'idea di lasciarsi andare, quasi.
Non che il resto non sia piacevole o di livello, tutt'altro, e l'
interplay è a tratti straordinario, per esempio nel passaggio di testimone fra Parker e Jones sul finale della "Tranquillity" di Bobby Hutcherson (da "Components", 1966). La rielaborazione di McCraven, tuttavia, presenta un
drum-kit fin troppo indaffarato, che finisce per togliere fascino al languore immobile del pezzo, segno di un attaccamento eccessivo all'unica modalità espressiva su cui si basa il
concept, riducibile all'equazione "Blue Note + beat".
In "Deciphering The Message", insomma, McCraven predilige l'atletica alla fantasia, con il risultato di suonare divertente e godibile, ma non altrettanto ispirato e creativo. Per queste qualità potete tranquillamente cercare altrove, magari dalle parti di "Shades Of Blue" (2003): qui, ragionando sullo stesso archivio, il genio di
Madlib seppe davvero trovare la chiave per l'aggiornamento di un codice.