Makaya McCraven

Universal Beings E&F Sides

2020 (International Anthem) | jazz, instrumental hip-hop, beat music

Universal Consciousness è sempre stato fondamentale per me e, anche se come esseri umani abbiamo fatto del nostro meglio per alzare muri e dividere popoli, insieme siamo migliori.
Tocca a Matthew Halsall e alla sua Gondwana Orchestra aprire “Kaleidoscope”, la più recente, debordante compilation di casa Soul Jazz, due ore che fanno il punto sulla jazz renaissance britannica dell’ultimo quinquennio, dando spazio a nomi di grido - Theon Cross, Joe Armon-Jones, Nat Birchall, Nubya Garcia e parecchi altri. Certo: per approccio grandangolare alla materia e ampiezza dello sguardo, “Kaleidoscope” non potrà mai diventare un manifesto come la straordinaria e iper-focalizzata “We Out Here” del 2018, ma resta in ogni caso un’operazione di gran valore documentale, che consente di farsi un’idea piuttosto precisa di una scena che sta conoscendo una fioritura come non la si vedeva da decenni - diciamo dalla metà degli anni Ottanta, lì - e che fa della contaminazione tra generi e dell’abbattimento delle distanze la propria cifra espressiva più riconoscibile.

Appropriatissimo, allora, che sia un’orchestra chiamata Gondwana - supercontinente che univa Africa e Sud America ad Australia, Antartide e India - a introdurci a un universo di suoni davvero lussureggiante; non meno appropriato che in scaletta, poco dopo la metà, compaia un pezzo di Makaya McCraven, globetrotter del drumming che pure britannico non è, ma che in questo contesto di comunione d’intenti e spirito DIY risulta assolutamente rappresentativo e funzionale. E l’ultimo lavoro a suo nome, “Universal Beings E&F Sides”, aderisce pienamente a quelle coordinate soniche e concettuali.

Con la musica e le jam McCraven ha avuto a che fare sin da bambino - la madre, una cantante ungherese che lo ha avvicinato al folk dell’Europa orientale; il padre, un batterista jazz afroamericano - e, ad ascoltarle attentamente, le sue composizioni somigliano davvero a ponti che avvicinano mondi lontanissimi. Cardine della miracolosa label International Anthem sin dall’uscita di “In The Moment”, il musicista statunitense ha visto crescere esponenzialmente le proprie quotazioni con il ciclopico “Universal Beings” del 2018. Registrato tra Londra, Chicago, New York e Los Angeles (ogni lato, una sessione), il doppio album confermava le doti di playmaker del nostro e la sua capacità di spremere il meglio da improvvisazioni estemporanee. Di contro, ancora oggi mi è difficile ascoltarlo con vera emozione: a tratti troppo levigato - come del resto il re-imagining di “I’m New Here” di Gil Scott-Heron di qualche mese fa - “Universal Beings” può finire per somigliare a una (notevole) tesi di dottorato in beat science più che all’opera-mondo che aspira a essere.

E però è decisamente più facile entrare in connessione emotiva con quel mastodonte dopo aver visto il documentario omonimo che International Anthem ha reso pubblico il 31 luglio scorso. In meno di mezz’ora si mostra la magia di sessioni che, dal caos dei primi accordi suonati insieme in una stanza, passano alla ricerca del fine tuning tra musicisti che a volte s’incontrano di persona per la prima volta solo in quel momento; e poi, d’improvviso, tutti stanno nello stesso punto e trovano l’incastro perfetto - “boom!”, esclama McCraven, lo sguardo pieno di meraviglia. È in quel preciso istante che si coglie il fine ultimo del fare musica del drummer: trovare compagni che sappiano cambiare pelle con lui, seguendo le traiettorie imprevedibili dell’ispirazione e portando ciascuno la propria voce per aggiungere sempre nuovi strati e dimensioni a una narrazione corale.

Insieme al documentario sono arrivate due intere facciate di nuova musica, gemmazione delle stesse session d’improvvisazione di “Universal Beings”, un fondamentale complemento al cortometraggio ma pure una versione riveduta e corretta di quanto si trovava nel lavoro d’origine: forti di una scaletta più equilibrata in cui l’alternanza geografica rende l’ascolto fluido e godibile, i tre quarti d’ora di “E&F Sides” sono Makaya McCraven al meglio della forma.
I contributi degli altri musicisti, inutile dirlo, sono di assoluta eccellenza: da Los Angeles arrivano le chitarre di Jeff Parker e il contrabbasso di Anna Butterss; nella due-giorni di residency londinese troviamo il sax tenore di Nubya Garcia (rieccola) e le tastiere di Kamaal Williams; a Chicago tocca al sassofono di Shabaka Hutchings e al double bass di Junius Paul; l’ensemble newyorkese, infine, vanta la presenza dell’arpista Brandee Younger. Qualcuno, nel film, paragona questo sound al chiacchiericcio del mondo in cui ci s’immerge camminando per strada - disorientante ma in qualche modo confortevole - ed è la sensazione che mi sono scoperto a provare ascoltando questi minuscoli, pazzeschi ad-lib che trovano la giusta collocazione grazie a un certosino lavoro di post-produzione.

Quattordici tracce che si sviluppano da qualche parte al crocicchio tra jazz e hip-hop e che valgono più per l’effetto d’insieme che per singoli pezzi memorabili - manca, per essere chiari, una traccia che spicchi quanto la mostruosa “Atlantic Black” sull’illustre predecessore.
Incantati dal loro stesso interplay, i musicisti generano groove potenti come “Half-Steppin’” (con evidenti influenze drum’n’bass), “Mak Attack”, “Dadada” o “Beat Science”, che sembrano aspettare soltanto il segnale di un Mc per scatenare un inferno di b-boy e b-girl. Ma in realtà quello del nuovo “Universal Beings” è un prisma sonoro multiforme e ben poco catalogabile: “Isms” si molleggia pigra sulle ginocchia in un dub sospeso nel vuoto (splendida l’eco della batteria), “Kings And Queens” danza un festoso afrobeat e “Butterss Fly” è una corsa a perdifiato in cui l’andamento ritmico è per una volta lineare e non circolare. Il resto del programma si adagia spesso in una trance ipnotica e rallentata in cui è facile immaginare il pubblico ondeggiare all’unisono a occhi chiusi in una vibrazione psichedelica collettiva - un effetto cercato e trovato in “The Hunt”, “Traveling Space” o “Her Name”. A far da collante, la visione di un artista che gestisce orchestre ad assetto variabile come un grande regista con i propri attori - il piano sequenza di “Effetto Notte” che riesce al primo colpo e senza sforzo, per intenderci.

Forse Makaya McCraven non ha ancora pubblicato un album davvero definitivo, all’altezza dell’aura arcana di studioso e scienziato del ritmo che spande con naturalezza attorno a sé. Ma se il capolavoro ancora manca, anche una raccolta di outtake così coinvolgente, ragionata e qualitativamente ineccepibile come “Universal Beings E&F Sides” mostra che quel traguardo è nelle sue corde. Quasi in vista, ormai.

(01/09/2020)

  • Tracklist
  1. Everybody Cool
  2. Half Steppin'
  3. Mak Attack
  4. The Hunt
  5. Beat Science
  6. Dadada
  7. Isms
  8. Traveling Space
  9. Kings And Queens
  10. The Loneliness
  11. Her Name
  12. Universal Beings pt.2
  13. Butterss Fly
  14. The Way Home
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