Injury Reserve

By The Time I Get To Phoenix

2021 (Injury Reserve) | experimental-hip-hop, glitch-hop

I felt loss but a hole like this I never could'vе imagined
Your pattern's still in place, algorithm's still in action
As I scroll through I see a piеce of you is still reacting
(da “Top Picks For You”)

Gli Injury Reserve, un trio dell'Arizona che ha già attirato l'attenzione con l'album d'esordio omonimo, ritornano dopo due anni con un gruppo di brani pronto a scardinare l'hip-hop. La band è stata segnata profondamente dal fatto che uno dei tre, Stepa J. Groggs, è morto durante la lavorazione nel 2020, ma questo non è un album scritto in sua memoria: le composizioni sono state ultimate prima della dipartita, e riflettono piuttosto il difficile passaggio storico fra gli anni Dieci e Venti, intrecciato ad altri drammi personali. È il riflesso della devastante pandemia di Covid-19 e delle tumultuose vicende legate all'omicidio di George Floyd sullo spirito del gruppo. Il titolo, ispirato dal brano di Jimmy Webb "By The Time I Get To Phoenix" incluso sul capolavoro di Isaac Hayes's "Hot Buttered Soul" (1969), è stato scelto da Groggs, a cui l'album è dedicato.

Se "Injury Reserve" era una collezione di idee creative sui modelli più o meno consolidati del genere, qui l'impressione è che l'obiettivo sia farlo a pezzi per ricomporlo in strutture asimmetriche e caotiche, astratte e rumorose. Se quello del 2019 era un album divertente con slanci sperimentali, questa volta siamo dinanzi a un programmatico esercizio di distruzione che sfida continuamente l'ascoltatore, come chiarito sin dal singolo di lancio “Knees”, alt-rap sospeso a mezz’aria.

"Outsider" è messa in apertura quasi per fungere da selezione all'ingresso: un magma ansiogeno e assordante, con un rap minaccioso accompagnato da synth retrofuturistici che chissà come si trasformano in una giostra danzante. Il primo beat riconoscibile è quello industriale e asimmetrico di "Superman That", con le voci cambiate di tonalità e passate attraverso le rimodulazioni, mentre l'arrangiamento si satura di deflagrazioni. Non è di più facile ascolto "SS San Francisco" (feat. Zeeloperz), blues desertico dove la batteria è rallentata fino alla deformazione e il finale è un sovrapporsi di canti di fantasmi in un paesaggio desolante.

Uno dei momenti più assurdi è il frenetico tribalismo di "Footwork In A Forest", in chiusura ridotta alla caricatura di un industrial-rap, con un lamento al rallentatore e il ritmo che infuria senza regole. "Smoke Don't Clear" si apre come uno dei canti surreali dei Residents, un'allucinazione disperata e ansiogena, ma a colpire ancora di più è la malinconia sconfinata di “Top Picks For You”, triste riflessione sul lutto ai tempi degli algoritmi, fra lamenti sintetici e un parlato che solo a tratti ritorna rap.

Il tempo sembra essersi spezzato, infranto in mille pezzi, e tutto l'album combatte e vive di questa distruzione. I battiti si confondono, rifratti in sincopi e moltiplicati in scariche. Le voci si sdoppiano con echi e riverberi, mutando con aggressivi pitch-shift e rallentando fino a sfilacciarsi, rompersi, trasformarsi. Le melodie, quando ci sono, sono scomposte, disordinate e fallate, triturate o quantomeno danneggiate fino a metterne in discussione il ruolo: più che un filo conduttore dei brani, distrazioni e deviazioni da processare durante l'impegnativo ascolto.

È il tipico album che conquista anche il pubblico che ama l'hip-hop soprattutto quando è atipico, più cLOUDDEAD che Nas. È un album toccante, violentemente creativo, che può fungere da ideale catarsi per processare i dolori del nostro tempo, come certa grande musica riesce a fare.

(04/10/2021)

  • Tracklist
  1. Outside
  2. Superman That
  3. SS San Francisco (feat. Zelooperz)
  4. Footwork in a Forest Fire
  5. Ground Zero
  6. Smoke Don't Clear
  7. Top Picks for You
  8. Wild Wild West
  9. Postpostpartum
  10. Knees
  11. Bye Storm


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