La redazione di OndaRock è da sempre attenta osservatrice del mondo indie tricolore. La rubrica “Dieci Piccoli Italiani”, dove si tratteggiano con cadenza regolare alcune delle uscite più stuzzicanti, è infatti una delle sezioni più seguite della nostra webzine. Talvolta capita che dal novero delle numerose pubblicazioni, spesso autoprodotte, nate tra i nostri amati confini, si stagli qualche progetto che colpisce per maturità, tecnica e scelte artistiche, tanto da meritare una recensione dedicata. E’ il caso dei veronesi Duck Baleno, quartetto formato da Francesco Ambrosini (chitarra, voce, tastiere), a lungo membro dei concittadini C+C=Maxigross, Francesco Quanilli (chitarra, voce), Damiano Dalle Pezze (batteria) e Roberto Panarotto (basso).
La formazione scaligera è nata nel 2019 da un incontro tra i già citati Ambrosini e Quanilli, un sodalizio da subito contraddistinto da combinazioni di psichedelia sperimentale e tessiture electro-rock e che ha in seguito coinvolto gli altri due membri che completano l’attuale line-up.
La forza della proposta dei Duck Baleno è da ricercare nell’interessante fusione di tutte le influenze individuali provenienti dai vari componenti, in uno schema musicale dove dialogano pop, folk, funk, classic-rock, elettronica e soprattutto tanto rock psichedelico.
“Popa’s Nightmare” è il titolo di questo variegato album d’esordio, una sorta di concept orientato a scivolare tra le insoddisfazioni di un’infanzia afflitta, con gli occhi di un padre e dei suoi peggiori incubi che hanno per protagonista il figlio indolente, spietato ed egoista. Si viaggia in un itinerario che trasla tra vacanze sgradevoli, giochi crudeli, attese per l’estremo saluto, magari passeggiando tra lande brulle e terrificanti.
Uno scenario, a livello concettuale, decisamente fosco, che si contrappone all’ammirevole capacità di realizzare trame sonore complesse, colorate, che richiamano da vicino le sequenze neo-psichedeliche care ad Animal Collective e MGMT (“Forty Days”) o che strizzano l’occhio all’elettro-rock lisergico dei primi Kasabian (“Playin’ With Steve”), ingaggiando persino afflati britpop (“6 Months”).
Il robusto funk dei Black Keys fa capolino in “I’m Not A Criminal” e “For Money”, mentre “Techno Country” sembra aver messo nella macchina del rifrullo i Dirty Projectors e il folk-blues americano.
Al pirotecnico strumentale “Jennaro” è assegnato il simbolo dell’essenza Duck Baleno: un brano trascinante che esprime in soli tre minuti tutto il policromo catalogo della band, che qui aggiunge anche le vibranti note dell’organo.
Le voci dei protagonisti sono effettate e spogliate di ogni loro connotato naturale, con l’obiettivo prefissato di far tramontare la canonica idea del cantante visto come figura trainante. La melodia vocale convoglia nella mischia delle numerose contaminazioni progettate dal talentuoso gruppo veneto, con un ruolo parificato a tutte le restanti componenti.
I Duck Baleno fanno breccia come meglio non si potrebbe. Sonorità che saranno particolarmente gradite ai fan degli artisti menzionati, senza per questo ridurre la proposta a un mero copia/incolla o al classico “già sentito”. Altro punto a favore dei Duck Baleno è l’invidiabile maturità mostrata nel consolidare tante influenze in un lavoro credibile che, essendo autoprodotto, non ha potuto certamente godere di sfarzose disponibilità tecniche. Una piacevole sorpresa.