Faust

Punkt.

2022 (Bureau B) | kraut-rock

Non esiste gruppo più mitico dei Faust. Non si può iniziare una recensione di una band tanto leggendaria se non utilizzando le parole di Julian Cope. Una band straordinaria da rappresentare - come nessun altro - l'essenza stessa della parola underground: tanto ignoti ed emarginati dal sistema discografico quanto iconici e influenti, punto di riferimento di qualunque testo voglia approfondire in modo oggettivo la storia della musica giovanile dagli anni 50 a oggi.

Chi conosce bene la storia dei Faust sa quanto siano stati memorabili i primi tre anni della loro carriera, quelli che vanno dal 1971 al 1973. Quattro Lp di cui almeno due (il primo e il quarto) assolutamente fondamentali nella storia del kraut-rock e non solo. A un certo punto, raggiunti livelli così alti, la storia si interrompe improvvisamente. Dissidi con la Virgin portano la band tedesca alla dissoluzione, elemento che comunque contribuisce a quell’aura da leggenda che da sempre la circonda. Da “Faust IV” in poi c’è un grande vuoto che - a parte qualche piccola stampa di singoli inediti - dura sino al 1995, anno di pubblicazione di “Rein”.

Si vociferava di un quinto album, chiamato l'album di Monaco in quanto registrato in quella città, ma come sempre per i Faust le cose non erano affatto chiare. C’era stato senz’altro il tentativo di registrarlo durante le sessioni di Monaco negli studi di Giorgio Moroder, ma quelle registrazioni furono accantonate definitivamente.
Proposto dopo quasi cinquant'anni, ecco “Punkt.”, dal titolo iconico (in tedesco è traducibile come “punto e basta”, ma in inglese contiene la parola punk). “Punkt.” cerca di colmare un vuoto incolmabile, ma queste registrazioni abbandonate oggi sembrano contare più che altro per il loro valore storico, come materiale per collezionisti o come testimonianza di una band straordinaria che si trovava ormai alla fine della sua fase più straordinaria.

“Punkt.” ha innanzitutto un grande pregio: suona ancora pienamente kraut-rock, sembrando soprattutto un'appendice di “So Far” (1972) e “The Faust Tapes” (1973). I ritmi ossessivi di "Morning Land” riportano alla mente il motorik beat dei Neu!, come i brani più industrial di “So Far” (“Mamie Is Blue”). Anche “Knochentanz” (undici minuti) si caratterizza per l'aspetto ossessivo delle percussioni, ma nonostante la lunghezza, non sembra andare oltre una lunga improvvisazione lasciata lì senza le dovute correzioni. “Juggernaut”, con le sue distorsioni, è chiaramente figlio dell’evoluzione di “Faust IV”, una via di mezzo tra i ritmi di “The Sad Skinhead" e le sonorità lisergiche di "Just A Second".
Non manca anche l’ironia, aspetto tipico della band, come ad esempio nei deliri insensati di “Crapolino” o negli sketch d'avanguardia di “Fernlicht”. “Schön Rund” è forse la traccia con maggiori potenzialità, purtroppo non sfruttate in pieno. Dopo un’intro prettamente avant, giunge improvviso un piano che potrebbe ricordare quello del capolavoro dell'esordio “Why Don't You Eat Carrots?”. A volte la magia sembra tornare, poi l'atmosfera diventa più tipicamente jazz ma la poesia assoluta di “Faust” rimane un vertice irraggiungibile, ed è normale che sia così.

“Punkt.” non dovrebbe mancare nelle discoteche di tutti gli appassionati di kraut-rock e va a colmare un tassello restato fin troppo tempo vuoto. Nonostante ciò, è chiaro che non aggiunga molto a quello che i Faust avevano (incredibimente) pubblicato sino a quel momento. Chi invece, partendo da zero, volesse conoscere davvero questa leggendaria band senza tempo ha già capito che sarebbe meglio iniziare a scoprire il loro impareggiabile triennio d’oro.

(23/05/2022)

  • Tracklist
  1. Morning Land
  2. Crapolino
  3. Knochentanz
  4. Fernlicht
  5. Juggernaut
  6. Schön Rund
  7. Prends Ton Temps


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