Interessante allargamento d'orizzonte nel percorso artistico di Maria Chiara Argirò, pianista romana da oltre dieci anni trasferitasi a Londra, alla ricerca della dimensione ideale per scatenare e modellare la propria creatività. Dopo aver completato gli studi accademici nella capitale britannica, con tanto di specializzazione in musica jazz, Maria Chiara entra in contatto con i These New Puritans diventando loro turnista. Ma il momento cruciale giunge nel 2016, con la pubblicazione del debutto solista, “The Fall Dance”, seguito tre anni più tardi da “Hidden Seas”. Due ottimi lavori rimasti immeritatamente nell’ombra, il secondo anche a causa della pandemia sopraggiunta dopo pochi mesi, che ne ha castrato qualsiasi slancio promozionale.
Ma in un 2020 privo di attività live, la Argirò ne approfitta per lavorare in studio senza sosta. Arrivano così prima “Flow”, realizzato assieme al chitarrista Jamie Leeming, e subito dopo lo start up del progetto Moonfish, che la vede protagonista accanto al batterista Riccardo Chiaberta. Lavori che preparano il terreno per “Forest City”, nel quale Maria Chiara sposa per la prima volta le consolidate ambizioni jazz con un’inedita attitudine electro-ambient, inserendosi in un filone che negli ultimi tempi è stato movimentato da numerose altre nuove protagoniste al femminile, fra le quali meritano menzione almeno Emma-Jean Thackray e Nala Sinephro.
Una breve introduzione, “Home”, schiude la strada verso sette tracce che rappresentano quanto di più ambizioso sin qui composto dalla Argirò: un percorso di ricerca che si stacca dal contemporary jazz di matrice londinese per accogliere molteplici influenze, senza paura di misurarsi con paragoni che sarebbero davvero troppo ingombranti per chiunque, fra una “Greenarp” che si posiziona dalle parti dei Radiohead di “Kid A” e una “Bonsai” scritta prendendo appunti dal Jon Hopkins di “Immunity”. Le intuizioni più tradizionalmente jazz restano presenti nelle raffinate code strumentali di “Clouds” e “Blossom” (quest'ultima prossima alle atmosfere dreamy dei Beach House), appena prima delle soluzioni ambient adottate per “Syr” e dell’indietronica sviluppata per la conclusiva “Treehouse”, con le sue elegantissime increspature. In circolazione è disponiboile anche una special edition con l'ottima bonus track "Unreal".