Un profilo defilato da vera anti-diva, per proteggersi da ogni
hype di troppo. Peccato solo che l'espediente non stia funzionando granché, complice una moltitudine di talenti impossibile da ignorare: autrice, compositrice e produttrice, cantante e polistrumentista, a proprio agio sia tra gli ottoni che con l'elettronica, finanche laboriosa dj quando si tratta di fare un allungo all'universo della musica house. Nativa dello Yorkshire, Emma-Jean Thackray se le canta e se le suona da sola, e "Yellow" arriva a coronare una carriera fitta di Ep e collaborazioni - non ultima una presenza sull'apprezzata raccolta "
Blue Note Re:Imagined" uscita un anno fa.
In linea con tale scena, Thackray si muove tra classicismo ECM e
nu-jazz, con ibridazioni di funk, psichedelia, elettronica, spiritualità, incensi e candele. Un pastone di tutto di più, insomma, ma nel quale l'autrice trova comunque una propria collocazione.
Se l'apertura di "Mercury" è come l'atterraggio di un'astronave tramite un ostinato di basso ripetuto
ad libitum, il
beat house bello spedito di "Say Something" lascia immaginare Romanthony alle prese con uno spartito di
Alice Coltrane. Calore, massimalismo e coralità fanno da padroni, e non è un caso: cresciuta suonando la tromba nella band di paese, Thackray ha imparato sin da piccola l'importanza della comunione tra musicisti e delle regole che governano l'improvvisazione, un dialogo aperto con la vitale scena concertistica jazz londinese nella quale lei stessa opera da anni.
Il ritmo sbarazzino di brani quali "Sun" e "Venus" stuzzica la memoria di Roy Ayers, la curiosa "Rahu & Ketu" è funk urbano alla
Herbie Hancock, mentre "Golden Green" e "Spectre" si distendono su una spiritualità intrisa di confortante psichedelia
d'antan. Uno stuolo di musicisti e coristi riempiono ogni spazio disponibile dell'album con ottoni, violini ed estasi mistica, mentre Thackray ritaglia con parsimonia i propri spazi senza mai strafare - vedasi "Third Eye" su tutte.
Rimane a "Yellow" un classicheggiante tocco di jazz da rivista non specializzata; dall'espansività totalizzante del suono di
Kamasi Washington e la sua orchestra, passando per i mille progetti diversi del collega
Shabaka Hutchings, la spiritualità di
Nubya Garcia, le ritmiche di
Moses Boyd e le inflessioni caratteriali di Alfa Mist e
Kae Tempest, il lavoro di Thackray si posiziona senza problemi in quell'ambiente a cavallo tra un festival
indie e i preferiti di fine anno del celebre conduttore radiofonico Gilles Peterson.
Rimane comunque al lavoro una piacevolezza percepibile a pelle. Tra continui occhiolini alle più tipiche variazioni del jazz e istanze puramente soulful tutte afroamericane, "Yellow" rende l'immagine di una musicista onnivora e capace di smazzarsi gran parte dell'aspetto tecnico per creare un articolato arazzo multicolore. Non sarà niente di troppo nuovo, ma vale comunque un ascolto.