Herbie Hancock

Head Hunters

1973 (Sony) | jazz-funk, jazz-fusion

Herbie Hancock da Chicago è uno dei più grandi e celebri jazzisti di tutti i tempi, personalità intelligente nonché pianista brioso e dal tocco squisito. Nato nel 1940, da giovane si forma musicalmente imparando la musica classica, ma poi il suo interesse vira verso il jazz, di cui apprende linguaggio e attitudine da autodidatta. Si diploma al conservatorio e prende una laurea in ingegneria elettronica, un connubio che avrebbe inciso molto sulle sue visioni compositive. Sebbene esordisca già nel 1962 con un album da leader, la sua carriera decolla quando subito dopo si unisce a un altro gigante come Miles Davis, contribuendo in maniera significativa alla sezione ritmica del suo quintetto e guadagnandosi così l'attenzione di critica e pubblico.

Il giovane Hancock cresce e matura inanellando una serie di album fondamentali come "Inventions & Dimensions" (1964), "Empyrean Isles" (1965) e "Maiden Voyage" (1966). In questa fase, come il suo maestro, sperimenta con le composizioni, dando vita a pezzi dove la tecnica è al servizio dell'espressività e in cui esplora i territori al confine tra jazz modale e post-bop, sviluppatisi negli anni 50. A questi filoni regala un tocco particolare grazie al suo pianoforte su cui le canzoni si incentrano. Gran parte del resto della strumentazione spesso si limita alla sezione ritmica, con il dialogo tra la batteria dialogare e rintocchi del pianoforte, o ai fiati, che formano piccole orchestre che accompagnano il suo stile. Hancock è orecchiabile ma anche virtuoso, non disdegna ritmi a tempi dispari e lunghe, brillanti escursioni solistiche senza perdere mai verve. L'artista è prolifico, attinge da varie fonti d'ispirazione per arricchire il suo repertorio, compone anche per numerose pubblicità e fissa le fondamenta del suo songwriting, che rimarranno anche quando muteranno i suoni e le timbriche con cui sarà espresso.
La svolta per Hancock arriva con l'album di transizione "Fat Albert Rotunda" (1970), in cui le influenze rhythm & blues e del da poco nato funk entrano dirompenti nello stile del musicista statunitense, che nel frattempo si avvicina ai territori del jazz elettrico e della fusion. Sempre attento alle innovazioni musicali in campo jazzistico, curiosamente e clamorosamente Hancock all'inizio è diffidente verso queste sonorità. L'ispirazione ad aprirsi viene sempre da Davis, che lo fa suonare sul suo capolavoro "In A Silent Way" (1969) e lo incoraggia a sperimentare. E' in particolare l'ascolto di "Bitches Brew" (1970) a far cambiare idea a Hancock: l'uso di tastiere e sintetizzatori lo affascina: pur con approcci e linguaggi differenti, da qui in poi la sperimentazione elettronica diverrà un suo marchio di fabbrica.

A questo punto la musica di Herbie Hancock si trasforma. I suoi tre eccellenti successivi album, "Mwandishi" (1971), "Crossings" (1972) e "Sextant" (1973), rappresentano un periodo particolarmente sperimentale per l'artista americano, che lascia andare a briglia sciolte la sua creatività toccando sonorità cosmiche ed eteree. Anche suoni etnici africani vengono rimescolati all'elettronica nei suoi crogioli variopinti. Anche se segna un periodo assai rilevante per la sua maturità artistica con composizioni originali e dinamiche, di altissimo valore, questo trittico però non lo soddisfa appieno.
Nel 1973, appena pubblicato "Sextant", Hancock guarda al suo immediato passato e percepisce di dover dare una svolta alla sua musica: "iniziai a sentire di aver speso un sacco di tempo a esplorare il lato atmosferico della musica e quelle cose eteree di roba spaziale oltre gli schemi, avevo bisogno di tornare con i piedi al suolo e sentirmi connesso con la Terra... Mi sentivo come se io e il sestetto stessimo suonando un tipo di musica davvero pesante, e io ero stufo di rendere le cose pesanti, volevo suonare qualcosa di più leggero". Hancock, da un certo punto di vista, aveva ragione a voler cambiare e rinnovarsi: per quanto apprezzati da pubblico di settore e dalla critica, quegli album gli avevano conferito la fama di artista avanguardista di nicchia e poco accessibile, una nomea che non si confaceva al suo spirito istrionico e che era lontana dalle sue ambizioni e dalla sua impronta. Così il musicista celermente riforma il suo gruppo e, preso da un'immediata ispirazione creativa, utilizzando gli stessi ingredienti e strumenti a sua disposizione, realizza qualcosa di differente e inedito.
Il nuovo album del vulcanico e prolifico jazzista viene pubblicato prima della fine dell'anno, si intitola "Head Hunters" e sarà non solo il suo disco di maggior successo, ma salirà anche sul podio degli album più venduti della storia del jazz.

La formazione di accompagnamento è del tutto mutata: rimane solo Bennie Maupin a clarinetto e sassofono, ma per il resto alla chitarra e al basso subentra Paul Jackson (che suona anche la marímbula, uno strumento a corda caraibico), alla batteria Harvey Mason e alle numerose percussioni, anche di stampo etnico, Bill Summers. E se in precedenza il ruolo di tastierista era stato condiviso anche con Patrick Gleeson abbinando più strumenti, adesso è il solo Hancock a ricoprirlo totalmente, destreggiandosi tra vari tipi di sintetizzatore, piano Rhodes e clavinet.
Gli intenti stilistici di Hancock mostrano un deciso cambiamento nella sua proposta musicale. Potrebbe sembrare una rottura con il passato, ma l'approccio compositivo di fondo permane, sono invece il modo di esprimerlo e il fine a cambiare, come se si trattasse di un'altra faccia del suo ricco estro: "Head Hunters" è disteso, con un suono staccato e scanzonato. Rispetto alla triade sperimentale, qui è tutto più orecchiabile e diretto, e questo nonostante brani spesso e volentieri lunghi, ma dal groove instancabile e persino ballabile. Il risultato è una delle più riuscite e naturali estensioni del jazz ai territori del funk. Dal primo provengono la forma-canzone, basata su una struttura in versi di tipo AABA e la tendenza a lunghe escursioni solistiche con uno strumento in evidenza. Dal secondo sono ripresi, con piena padronanza, il piglio orecchiabile e il particolare accento impresso al ritmo. Il funk è già da qualche anno interiorizzato nello stile di Hancock, sulla falsariga di artisti come Sly & The Family Stone, per di più citati direttamente in uno dei brani, e Curtis Mayfield, ma qui viene posto sotto ai riflettori. La produzione è curata dallo stesso Hancock in collaborazione con David Rubinson ed è orientata verso un suono caldo e corposo, che conferisce vitalità agli strumenti elettronici, con effetti curati nel dettaglio.
La copertina realizzata da Victor Moscoso rappresenta una maschera tradizionale kple kple della tribù Baoulé della Costa d'Avorio, a rappresentare il legame con le radici etniche africane della "black music" come jazz e funk; la colorazione complementare blu e gialla trasmette energia e vitalità come in una serata di musica, danza e divertimento.

I pezzi sono solo quattro, ma sono tutti dei classici. La traccia iniziale "Chameleon" è il biglietto da visita immediatamente riconoscibile dello stile di Hancock. Difficile trovare un musicista di settore che non la conosca, frizzante come poche, guidata dal suo memorabile giro di tastiera in synth-bass, esecutivamente semplice ma impareggiabile per gusto melodico e talento nell'indovinare la combinazione più intrigante di note. Si tratta di una lunga suite di ben 15 minuti, che però scorrono con scioltezza e continuità. "Chameleon" è diventata col tempo uno standard jazzistico famosissimo: uno dei pezzi più suonati sui palchi di tutto il mondo in innumerevoli cover e appresi da chi si appresta a imparare a suonare jazz e funk. Ed è stata anche campionata in lungo e in largo, in decine di canzoni da parte degli artisti più disparati, soprattutto rap/hip-hop ma non solo. Tra i più celebri 2Pac ("Words Of Wisdom"), Frank Zappa ("Greggery Peccary"), Dj Shadow (mix vari), Ice Cube ("No Vaseline"), Public Enemy ("Can't Do Nuttin' For Ya Man"), UNKLE (l'introduzione di "Psyence Fiction"). La catchiness di questo pezzo lo rende meritatamente uno dei più celebri motivi del Ventesimo secolo, con un impatto intergenerazionale pari a quello di una "Smoke On The Water" per il rock.

Altrettanto celebre è "Watermelon Man". È il pezzo più breve del disco, con "soli" 6 minuti e mezzo di durata. Si tratta di un totale riarrangiamento e rivisitazione del brano di apertura di "Takin' Off" (1962), l'album di esordio di Hancock. La nuova versione suona finemente cesellata, deliziosamente irriverente, notturna e spensierata. I fiati scanzonati sprigionano una sensazione di brio su cui si innestano le linee di basso, morbide e solide, i giri di chitarra funky, i delicati ma decisi interventi di tastiera e i piccoli inserti di sassofono. C'è equilibrio tra gli strumenti, che interagiscono fra loro e dialogano con naturalezza: Hancock è da tempo un musicista maturo e consapevole dei propri mezzi, e, pur non rinunciando a performance da protagonista assoluto del suo estro tastieristico, molti dei virtuosismi del passato ora cedono il passo a quello che è un piccolo concerto fumoso e avvolgente. Anche questo brano è stato campionato e rimaneggiato a più riprese da vari autori, anche più di "Chameleon". Si possono citare J Dilla ("Zen Guitar"), George Michael ("Spinning The Wheel") e Madonna ("Sanctuary"), più di recente anche i Massive Attack ("Dead Editors"). Tra gli artisti italiani, da segnalare Neffa ("Dopamina") e Frankie Hi-NRG ("Libri di sangue"). 

"Sly" è dedicata a Sly Stone, uno dei padri fondatori del funk con il suo gruppo Sly & the Family Stone, in particolare con album come "Stand!" del 1969 che era divenuto un punto di riferimento al crocevia del genere con la psichedelia e il soul, e che riecheggia nel brano hancockiano. È più decisa e grintosa del precedente pezzo, ma sempre con un tocco morbido dei suoni. Gli stacchi che la compongono lasciano spazio a una sezione upbeat intensa in cui troneggiano l'esplosivo sassofono e la tastiera. Ne scaturisce un afro-funk irresistibile e spumeggiante. Relativamente meno celebre dei precedenti brani, è comunque presente in vari campionamenti da Nas ("You Can't Kill Me") a Keith Murray ("Media").
Infine, "Vein Melter" è la dimessa lunga coda in cui la predilezione per l'elettronica viene trainata da note sommesse e attenuate, ma che si aprono a decisi effetti di sintetizzatore. È il pezzo più atmosferico del quartetto, notturno e suadente, a tratti visionario e psichedelico grazie soprattutto ai particolari giochi effettati dei sintetizzatori. Il campionamento più celebre è quello dei Lamb (in "Gold" dal loro omonimo esordio).

Inizialmente la critica di settore espresse disappunto per le sonorità di questo disco, ma il tempo ha dato ragione al pianista di Chicago: "Head Hunters" ha venduto milioni di copie e rappresenta il disco più seminale e di successo di Herbie Hancock, che influenzerà generazioni di musicisti funk e non solo, come testimoniato anche dall'impatto avuto sulla genesi dell'hip-hop e su numerosi artisti che ne hanno disassemblato e riassemblato gli stilemi, tramite campionamenti, "patch sonori" (plunderphonics) o semplice ispirazione sonora. L'influenza toccherà anche artisti acid-jazz, nu-jazz e trip-hop, ma soprattutto sarà decisiva per il mondo jazz-funk, che da lì in poi si sarebbe confrontato con quest'album prendendolo a modello per gusto melodico, tecnica espressiva ed equilibrio compositivo. Non è esagerato dire che c'è un prima e un dopo "Head Hunters" per il genere, come per molti altri che hanno avuto il loro caposaldo di riferimento principale.

Nella sua discografia successiva Hancock avrebbe poi proseguito sui territori funk, dopodiché avrebbe esplorato ancora di più l'elettronica. Tra alti e bassi, alternando album validissimi ad altri meno riusciti, non lesinando pubblicazioni anche più commerciali che però non hanno riscosso altrettanto successo, ma collaborando anche con altri artisti del calibro di Wynton Marsalis, Branford Marsalis o Chick Corea. Nel 1974 esce "Thrust", degno seguito di "Head Hunters", sebbene più orientato ad approfondire l'esplorazione degli strumenti elettronici e con un po' meno di immediatezza. Il gruppo senza di Hancock, invece, a firma "The Headhunters", avrebbe pubblicato l'anno successivo "Survival Of The Fittest" e "Straight From The Gate" nel 1977, per poi tornare in studio solo vent'anni più tardi.

Contributi di Emanuele Pavia e Maria Teresa Soldani

(14/02/2021)



  • Tracklist
  1. Chameleon
  2. Watermelon Man
  3. Sly
  4. Vein Melter


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