A tre anni e una pandemia di distanza dal primo album “Athena” (non un esordio vero e proprio, visto che era stato preceduto da un paio di promettenti Ep) Brittney Denise Parks realizza il lavoro della definitiva consacrazione. “Natural Brown Prom Queen” è un disco nel quale la cantautrice e violinista di Cincinnati (il “513” nel titolo dell’ultima canzone si riferisce al prefisso telefonico della citta), da tempo trapiantata a Los Angeles, si conferma fra le migliori nuove artiste di area afro-nu-soul, non certo demeritando al cospetto di altre grandi personalità al momento molto più celebrate.
“Natural Brown Prom Queen” è infatti un disco che non sfigura affatto al cospetto dei recenti lavori di una Beyoncé o una Lizzo, e che impone di fatto Sudan Archives come la più credibile novella Erykah Badu, anche in ragione di una certa affinità vocale (ascoltate “Ciara” e “Yellow Brick Road”, giusto per fare un paio di esempi).
Quindici tracce più tre interludi sono tanta carne al fuoco, ma il disco ha rarissimi momenti di flessione e centra almeno un paio di potenziali tormentoni, in corrispondenza delle ritmate “Selfish Soul” e “Freakalizer”. Non a caso Brittney negli ultimi mesi è stata protagonista in molti dei più importanti festival musicali europei.
Dentro questa opera seconda Sudan Archives propone R&B di grande eleganza (“Loyal”, “FLUE”, “Milk Me”) che sa tingersi di pop multicolorato (i due titoli sopra citati), abbracciare la club culture (“ChevyS10”), stringere alleanze con l’hip-hop (“OMG Britt”, “Copycat”), declamare le proprie radici afrocentriche (“NBPQ”), flirtare con il funky e definire fraseggi jazzy (l’incipit dell’iniziale “Home Maker”, ma ancor più in “Homesick”). Nelle liriche vengono intrecciate tematiche femministe e di genere: si parla di queerness, classe, razzismo, apopartenenza e sesso, sottolineando la libertà di autodeteminazione. E tanto per non dimenticare il proprio strumento di elezione, Brittney in “TDLY” realizza anche l’atteso pezzo di bravura.