Giro di chiavi, motore che sbuffa un paio di volte prima di mettersi in moto, e via che si parte con l'ascolto: come da copertina, "Mahal" non fa segreto di uno spirito
on the road, come il classico telefilm
indie nel quale il viaggio d'avventura dello scanzonato protagonista si fa metafora del
coming of age tanto caro alla cultura americana.
Ma nel caso del trentaseienne Chaz Bear, detto
Toro Y Moi, questa dolciastra attitudine
naif sta assumendo le sembianze di un eterno continuo ove la crescita sembra proibita. Neanche la pandemia ha saputo scalfire questi pavidi tepori giovanili, ogni attrito emotivo viene smarrito tra montagne di riverbero e canzoncine a malapena accennate. Se in passato la veste
glo-fi forniva un'affascinante astrazione lisergica, "Mahal" riparte dalle stesse sessioni rock di "
What For?", facendo uso di chitarre elettriche e ritmi funk su produzione analogica granulosa e psichedelica. Su carta l'esperimento sembra interessante, ma trovare momenti memorabili è purtroppo impresa ardua: "Mahal" naufraga in quaranta minuti tondi di collage sfilacciati che girano a vuoto.
La corpulenta introduzione strumentale "The Medium", con
Unknown Mortal Orchestra, lascia il posto al caramelloso sax di "Goes By So Fast", creando un contrasto sonoro accattivante ma dalla struttura inutilmente sfuggente. Chaz è sempre stato più maestro della suggestione che non
songwriter propriamente detto; mescolare un bel basso
princeiano con la sfiga in
lo-fi di
Beck fa di "Postman" un motivetto piacevole, ma l'assoluta banalità delle liriche è impossibile da ignorare.
Ecco quindi il piano elettrico della
jam soft-rock di "Loop", gli ovattati gorghi di "Clarity", un giro di valzer su "Last Year", il ciondolante bozzetto "Mississippi", tutti momenti scherniti all'ultimo da una presenza vocale incolore e partiture strumentali che non vogliono assumere il ruolo di protagoniste all'interno del mix. Tornano pure i gemelli
Mattson 2 su "Millennium", la conclusiva "Days In Love" azzarda un tocco
hard anni 80 ma è presto smarrita nel solito disordine collagista incapace di farsi epico o progressivo: sarà anche una scelta stilistica, ma suona piuttosto come lampante incapacità compositiva.
Inutile negarlo: "Mahal" lascia l'amaro in bocca. A questo punto avrebbe avuto più senso un approdo su Brainfeeder, a fianco di gente come
Flying Lotus e
Thundercat a esplorare l'hip-hop e il jazz psichedelico in formato davvero
free - tutte cose che Chaz, peraltro, ha già assaggiato con gusto durante il corso della propria carriera, ma che adesso ha riposto nel cassetto in favore di un'ordinaria amministrazione ricucinata con veste appena nuova.
Non che questo limiti il campo d'azione, comunque: dal 2017, nella città di Berkeley, in California, il giorno del 27 giugno è ufficialmente il "Chaz Bundick Day", a dimostrazione di un sempre nutrito seguito indie da campus universitario. E in questo immaginario di moderno idealismo
hippie per tardi
millennial ansiogeni, la musica di Toro Y Moi ha sempre una propria funzione, un mini-universo nel quale poter fuggire da ogni attrito emotivo. Ma può davvero bastare a fare di "Mahal" un nuovo capitolo degno di nota?