Si dice che il futuro sia spesso dietro di noi. E che pochi siano in grado di coglierlo in tal senso. D'altronde, correre in retromarcia non è da tutti. I musicisti come Michele Mininni hanno un rapporto diverso con il tempo. Perché lo assecondano - artisticamente parlando, s'intende - senza mai contraddirne l'efficacia, restituendo una sorta di cartina tornasole, da sbandierare con umiltà ai quattro venti, nell'istante esatto in cui capiscono che è arrivato il momento di compiere il grande salto.
Il musicista leccese ha infatti dalla sua Ep con R&S o, tanto per citarne un'altra, con la Internatjonal di
Prins Thomas. E di recente è apparso anche nella straordinaria raccolta "
Dischi Spranti". Lampi di luce alternata accesi nell'arco di un periodo lungo, a tratti lunghissimo. Mininni, del resto, se ne frega delle cosiddette regole del mercato. E fa bene, benissimo, visti i risultati.
Il ritmo in "Pop Archetypes", primo Lp in carriera, è scandito da uno sciamano che vibra le sue corde in spazi solo in apparenza remoti o distanti. Altrove da un esule che si guarda allo specchio per smarcarsi dal richiamo di una cartolina sonora ormai lontana, senza per questo evitare di arrendersi ai lacrimoni che bussano puntualmente alla sua vista.
Dentro "Pop Archetypes", album edito per la Hell Yeah di Marco Gallerani, emerge quindi un'oasi di suoni e pulsazioni che potrebbero scomodare il ricordo di una miriade di musicisti in "voga" tra gli
anni 70,
80 e
90. Si potrebbe tentare di evocare incontri impossibili o incroci a dir poco surreali. Tipo Paolo Modugno che dialoga con Isao Tomita in un bar di Ibiza nei primi anni 80. Oppure visioni alla
Jon Hassell (ma anche
Arthur Russell, sia chiaro) mixate da
Jon Hopkins e
James Holden. Tutto in un universo parallelo in cui le lancette non hanno, appunto, apparentemente cifra.
O magari, per fare un passo in avanti, si potrebbero pensare i
Visible Cloaks che sfidano i
Red Snapper a chi ce l'ha più lungo. E ancora così, fin quando ce n'è. Quantomeno durante l'ascolto delle quindici partiture di un disco semplicemente meraviglioso. Michele Mininni è un Mowgli dell'elettronica che corre libero tra le liane e salta felice e beato nel suo microcosmo denso di riti e magie suburbane ("Urban Voodoo").
Elettronica terzomondista, dunque. Gli archetipi del pop secondo Mininni tracciano la colonna sonora di un film ambientato in una giungla inedita, dove tutto è ancora carne, sangue o lacrima. Insomma, dove analogico può ancora essere sinonimo di celeste ("Carousel Of Tears"). E dove chi ascolta può sempre dire di aver vissuto un sogno ad occhi aperti e ammirato risacche d'argento inscenate da manopole in festa. Una visione tanto espansa quanto saggiamente fugace. Ma soprattutto rarissima. Il che è tanto, per non dire tantissimo. Oggi più che mai.