Si sa, la
house non è materia che si lascia intrappolare facilmente in un album. Elude i rigori del
full-length, predilige forme fluide, mix in cui esprimersi in piena libertà, lasciando che interpreti,
hook e
beat viaggino alle coordinate imposte dalla pista da ballo. In pochi lo sanno meglio di Marea Stamper, che da più di venticinque anni anima i
dancefloor di mezzo mondo, prima sotto i panni di Black Madonna, successivamente rimodulato in un ben più neutro Blessed Madonna a fronte delle proteste del 2020. Sarà per il coinvolgimento in "Club Future Nostalgia" di
Dua Lipa, sarà per un'intensificazione delle uscite che hanno visto accentuare il dato produttivo di quella che primariamente è sempre stata una dj e
mixer, ma era nell'aria che stesse bollendo qualcosa di sostanzioso in pentola. Detto fatto: sotto i blasoni della Warner giunge "Godspeed", a provare a catturare l'energia dei set di Stamper in un articolato viaggio nella storia della house, a incanalare l'euforia di un mix attraverso ventiquattro brani autografi, densi dell'anima collaborativa e dello spirito comunitario proprio del genere. Un successo? Questione di prospettiva.
Intendiamoci, non vi è niente di sbagliato nel disco: Stamper ha tutta l'esperienza e la conoscenza per evitare inciampi e banali passi falsi, oltre a un istinto modellato in funzione di flussi che siano il più naturali e convincenti possibile. E l'alternarsi di
vocalist -
Kylie Minogue su tutti nell'inno dance "Edge Of Saturday Night" - fa tanto per amplificare quell'attitudine partecipativa, quel moto di adesione che giunge pressoché spontaneo. In questo senso si giustifica la varietà timbrica e di conduzione che giunge indubbiamente provvidenziale, a portare nel plesso di un
full-length quel carattere da
mixer che Stamper non ha mai perso di vista.
Le seghettature acid-techno di "Somebody's Daughter" possono, anzi devono, convivere tranquillamente con i bassi cavernosi della successiva "Nowhere Fast", prima di dare il La alla spontaneità sexy di un momento
piano-garage quale "Henny, Hold Up", appena innervosito da rapide striature sintetiche. Le rotture di
mood funzionano, facilitano l'attenzione per un susseguirsi di brani che mira a far valere la sua euforia anche al di fuori del contesto d'elezione. Con l'attenzione accresciuta emergono, però, anche le crepe.
Più che aggiungere, arricchire l'ascolto di ulteriori collegamenti alla maniera di efficaci
skit di raccordo, i tanti interludi soffocano i brani che accompagnano, rubano attimi presi dalla fase di realizzazione/registrazione senza altri intenti. Parimenti l'adozione di parametri timbrici che puntano allo
streamingcore più danzereccio (le scansioni finto-corali di "Brand New") fanno molto poco per esaltare la classe di momenti cesellati con pieno carattere (il funk che sposa la prog-house nella mini-suite "Back 2 Love"). È proprio questa volontaria spinta all'ipertrofia, all'ideazione di un universo che racconti la storia e il carattere di Blessed Madonna, a costituire il principale punto a sfavore di "Godspeed".
Se è indubbio il controllo in registri che spingono verso il lato più fosco, tenebroso della pista - i segmenti in odore di glitch di "Strength (R U Ready)", con una
Joy Crookes in palla - sul versante più pop e
anthemico l'attitudine di Stamper si fa generalista, banalizzante, tra risaputi numeri garage ("Count On My Love") e pallidi simulacri del migliore Moodymann (la
title track). Resta insomma forte la convinzione che una maggiore asciuttezza avrebbe aiutato non poco a meglio addentrarsi nel mondo creativo della
producer, a meglio riconoscere la personalità di una voce che sa muoversi oltre i prefabbricati pronti per le
playlist di grido. Nuove prove sapranno meglio esplicitare verso quale lato Blessed Madonna vorrà pendere.