Underworld - Strawberry Hotel

2024 (Virgin Music)
techno

Le leggende viventi della techno, Karl Hyde e Rick Smith, tornano con un nuovo album che riprende il più classico suono degli Underworld e ci riporta a quella elettronica alternativa anni 90 che sa tanto di club underground, una musica non per tutti: non musica dance, non un genere da classifica, ma suoni in cui perdersi e riscoprirsi, da sentire prima di ascoltare, da intuire prima di capire.
Lo “Strawberry Hotel” degli Underworld è un luogo psichedelico e sfaccettato, quando ci si affaccia per così dire alla porta d’ingresso. Ma l’interno riporta più agli stessi sogni e visioni surreali e futuristiche che il duo ci ha regalato negli ultimi trent’anni, e l’onirismo sonoro che ne deriva non è quello morbido e seducente della psichedelia: è ancora e sempre tagliente, grezzo, abbacinante.

La costruzione delle atmosfere elettroniche viene sostenuta da una produzione moderna e attenta, che tuttavia non manca di indulgere nella riscoperta di quei suoni più classici – nostalgici, persino – che della band hanno deciso lo stile fin da quell’album cult, “Dubnobasswithmyheadman”, che usciva guarda caso proprio trent’anni fa, nel 1994.
Alcuni dei brani vengono guidati da liriche paradossali e nonsense, tra ragione e istinto, come sempre messe in ordine in un flusso di coscienza che si traduce in un cantato veloce e sciorinato, che non è rap ma è presentazione argomentativa che segue la stessa velocità della musica. Altri, invece, lasciano ampio spazio a cori, melismi, armonie e voci contraffatte, che mirano a messaggi celestiali.
Da una parte, quindi, i temi escono dagli schemi: “La ragazza-marmellata di fragole vede Topolino fuori dalla finestra/ Guardo in alto e vedo che è solo il mio riflesso”, canta Karl Hyde in “Denver Luna”. Sembra di leggere John Lennon. Dall’altra si colgono riflessioni più umane, immediate e profonde: “Il cambiamento potrebbe sembrarti un po’ strano all’inizio/ Ma continua a cambiare”, si ode in “Black Poppies”, l’intro del disco.

Il duo mostra quindi di saper maneggiare vari linguaggi e poter riscoprire le varie sfaccettature del proprio sound in più direzioni. Si può andare dall’elettronica stile indie di “Techno Shinkansen” – che potrebbe essere un brano di Four Tet – alla ossessiva e intransigente “And The Colour Red”, passando per la fantasia angelica di “Hilo Sky” e giù fino al trip-hop accelerato di” King Of Haarlem”.
E poi: la house psichedelica di “Sweet Lands Experience”, il lungo viaggio atmosferico di “Gene Pool” e la techno più classica e caratteristica di “Denver Luna”, il brano migliore del disco. Si sente che gli Underworld hanno imparato molto ma anche che, entrambi vicini ai 70 anni, sono più che mai decisi a restare sé stessi.

Scrivendo quindi una recensione di questo “Strawberry Hotel” come se fossimo su Tripadvisor, si può ripetere come dicevamo in apertura che non è un posto per tutti. È pronto ad accogliere i fan e i conoscitori del duo elettronico e della loro musica, ma apre le porte anche a chi vive la musica – quella sintetica e digitale, ma non solo – a un livello profondo, oltre e più in basso delle orecchie.

Tracklist

  1. Black Poppies
  2. Denver Luna
  3. Techno Shinkansen
  4. And the Colour Red
  5. Sweet Lands Experience
  6. Lewis in Pomona
  7. Hilo Sky
  8. Burst of Laughter
  9. King of Haarlem
  10. Ottavia
  11. Denver Luna (acapella)
  12. Gene Pool
  13. Oh Thorn!
  14. Iron Bones
  15. Stick Man Test

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