Le Faetooth arrivano da Los Angeles, ma “Labyrinthine” è un disco che profuma di pietra bagnata, di boschi coperti di brina, di notti in cui il fiato si condensa come un presagio. Un album così “invernale” nato sotto il sole californiano è già in sé un paradosso affascinante, uno di quelli che ti fa sospendere l’incredulità e lasciarti trascinare dentro un mondo dove la bellezza e il terrore condividono lo stesso battito lento. Il trio – Ari May, Jenna Garcia e Rah Kanan – definisce il proprio suono fairy doom, ma non c’è nulla di etereo nel modo in cui queste tracce scavano: è un doomgaze rituale, ipnotico, che avanza come una frana in slow-motion.
“Iron Gate” apre il disco come un portale arrugginito. Le vocals sembrano un canto funebre, mentre la distorsione cresce in una spirale che insieme ha qualcosa di sacro e di minaccioso. È il primo accenno di quello che sarà il carattere portante dell’album, ovvero una tensione costante tra l’incanto e la devastazione.
Il cuore di “Labyrinthine” sta però nelle stratificazioni vocali che lo attraversano: le tre anime di Faetooth dialogano, si sovrappongono, si strappano a vicenda lo spazio come se cantassero per esorcizzare qualcosa. In “White Noise” è impossibile capire dove finisca un urlo e inizi un lamento, dove una voce si spezzi e l’altra la raccolga.
Il finale, “Meet Your Maker”, è un mausoleo sonoro di otto minuti dove tutte le anime del disco convivono: il doom più greve, la carezza shoegaze, il canto che sfiora la liturgia e lo scream che pare un vento infernale. È un addio o un inizio, dipende da quanto siamo disposti a perderci.
19/12/2025