Maestri indiscussi della tribal dance estatica, indissolubilmente incatenati alle geometrie ritmiche della musica africana, inclini alla contaminazione elettro-funk e techno, nonché adepti delle nuance più spirituali del jazz, i londinesi Ibibio Sound Machine compiono l’ennesimo passo in avanti con il nuovo album “Chopping Mountain”.
Dopo aver annullato i confini tra afrobeat ed elettronica e codificato il proprio stile con l’eccellente “Electricity”, il collettivo proietta nel futuro la propria visione dance-cosmic-soul con un progetto consistente e musicalmente solido che, senza sacrificare l’attitudine dance, rispolvera le radici nigeriane. Il virtuosismo vocale di Eno Williams è come sempre variopinto, ma anche più vellutato, e ne è un esempio il raffinato reggae-dub di “Love”, a tratti perfino struggente, o il dolente mantra finale di “River Don’t Rush”. “Chopping Mountain” rappresenta per la band l’ennesimo giro di boa: il collettivo londinese preserva quell’eclettica natura che da sempre caratterizza la propria produzione, ma rinuncia a un produttore esterno e affida le sorti del sesto disco al tastierista e sassofonista Max Grunhard.
I quasi sette minuti di “Burning In Lagos” mostrano subito tessuti ritmici estremamente curati e un eccellente groove creato dall’interazione tra basso, fiati, chitarre e synth, anticipando le scintillanti e taglienti sonorità afro-funk della title track. Gli Ibibio Sound Machine limitano le istanze dance dei brani all’essenziale, forgiando episodi minimal-etno-disco (“When You Want To Dance”) e ossessive trame kraut-afro-dance (“Concept Of Love”), lasciando comunque spazio a lievi e preziose digressioni strumentali.
“Chopping Mountain” finisce per essere il miglior album per un approccio istantaneo alla lunga storia della band: il passo felpato della splendida e raffinata “Give Me Peace”, le esotiche sonorità soul in stile Stax/Motown di “Love” e gli elaborati tracciati ritmici della traccia finale “River Don’t Rush” hanno il pregio di mettere in luce lo spessore del progetto senza mai allentare la tensione.
A suggellare ulteriormente la riuscita dell’album sono, stranamente, quegli episodi che sulla carta appaiono più semplici e sbrigativi: in “Menso” il gruppo compie un ulteriore passo indietro citando Manu Dibango e proiettandolo nel futuro; con “Return To Sender” compie un gesto inverso, abbinando a sonorità elettroniche contemporanee un flusso retrò, per poi sgretolare il tutto nel mantra etno-synth di “Kukuru”, un’intuizione che lascia il segno proprio grazie a quella ineffabile leggerezza che viaggia di pari passo con la superficialità senza mai incrociarla.
Ed è tutto qui il fascino di un disco godibile come pochi, una prova di maturità che giunge dopo dieci anni di continua evoluzione.
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13/10/2026