Certe storie fuggono dall’ordinario dolore, per quanto straziante possa essere, e ambiscono all’eternità. Quantomeno all’infinito a cui una canzone tende quando è scritta e cantata con tutta l’anima del mondo.
Che Jacob Augustine sia un talento, lo si capisce fin dalle prime note di “Medulla Burning Down”, un inno gospel profondo, cantato con la sofferenza di chi li ha viste praticamente tutte.
Jacob ora vive a Philadelphia, ma ha girato in lungo e in largo alla costante ricerca di un posto nell’universo, di una chiave per aprire le porte di una stanza rimasta fin troppo tempo volutamente chiusa.
Dopo aver trascorso anni nel Maine, questo cantautore dalla voce possente e da pastore intonato e navigato, è rimasto artisticamente vittima di una traiettoria imprecisa, finendo poi per essere travolto dalla drammaticità degli eventi che si sono susseguiti nella sua famiglia. “Lincoln era una città di cartiere, molto conservatrice. Le risse erano all’ordine del giorno e la polvere gialla e solforosa della cartiera si depositava sui parabrezza delle auto. Tutto ciò che volevamo era andarcene da Lincoln e suonare musica”, racconta Jacob, in merito al suo trasferimento in California, fallito nel giro di poco per scarso interesse verso la sua innocua prima band metal.
Tornato a casa, il musicista americano ha iniziato a comporre canzoni su canzoni, rapito da un flusso immanente, mentre si prendeva cura di sua nonna Christine, malata di Alzheimer, e soprattutto di sua madre, in lotta contro un cancro. “Le fu diagnosticato il giorno dopo il suo pensionamento. Mia madre perse ogni centesimo che aveva guadagnato con il lavoro di una vita, perché si ammalò. Ci sarebbe potuto essere un Boeing pieno di persone che la adoravano”, rivela il cantautore.
Un doppio trauma che lo porterà a trasferirsi a Philadelphia, lavorando come autista per un servizio di ride-sharing, suonando in locali della zona, e come lui stesso afferma, “vivendo la truffa americana”. Tutto prima che una “voce”, una sorta di spirito santo postmoderno, rimbalzasse nella sua testa, invitandolo a fare quello che meglio sa fare. “Fu allora che presi la decisione di diventare un musicista nomade errante. La voce disse: ‘Sei un cantautore, sei un musicista, è l’unica ragione per cui respiri ancora. Allora che diavolo stai facendo? Stai sputando in faccia a Dio non facendo ciò per cui sei stato messo al mondo’”. E prosegue: “Ho deciso di lasciare il paese per suonare per strada in Europa e vivere negli ostelli. È stata la scelta migliore che abbia mai fatto. Semplice. Svegliarmi, andare da qualche parte con la mia chitarra, cantare per tre ore, tornare indietro, mangiare qualcosa, magari bere qualcosa con dei nuovi amici, dormire in un letto caldo, e ricominciare. Tutto nella mia vita è migliorato da quando ho smesso di vivere nella menzogna e di conformarmi alla norma. Vorrei solo averlo fatto prima.”
E’ da questa lunga storia che prendono forma le otto canzoni di “I Love You Forever”. A cominciare dalla sopracitata “Medulla Burning Down”, con la quale Augustine racconta la perdita della compassione. “Mia madre era molto cattolica. Ma il tipo di cattolica che avrebbe permesso ai suoi figli di avere una band death metal in cantina. È stata sicuramente una luce splendente per me e per molti altri”, chiosa a riguardo Jacob. Non è un caso che anche la copertina del disco immortali sua madre da giovane, raggiante e solare. Un omaggio che cede il posto ad altre tematiche affrontate da questo cantautore pieno di spiritualità on the road, come nella sliding door che anima il passo da country ballad di “The General’s Son”, o il lirismo errante da anima persa che ha appena ritrovato la luce al centro di “Animal Orchard”, altra perla di un Lp ancora semi-nascosto, tanto evocativo nel suo canto rivolto al cielo, quanto melanconico nei fraseggi acustici in appoggio alle parole. Jacob sembra, infatti, appena uscito da una chiesa sconsacrata del ventre statunitense, dopo aver sconfitto demoni, spettri e maniscalchi del sogno americano.
Il canto solenne di Jacob Augustine è uno scudo impenetrabile. E lo è anche quando c’è da abbassare la guardia e cantare la magia di un luogo, come negli otto minuti di “Philadelphia Lights”, nuova dedica alla mamma che solleva l’animo del cantautore dal suolo per condurlo da qualche parte nel cielo della Pennsylvania.
Nella conclusiva “Midnight Drum”, Jacob sveste finalmente i panni del pastore ferito e indossa quelli del cantante di strada esterrefatto dalla vita, con gli archi in festa di Peter Broderick che ne assecondano l’umore. Che Dio lo benedica.
Aggiungi OndaRock alle tue Fonti preferite su Google Discover. Non perderti le nostre recensioni, le pietre miliari e le ultime news direttamente nel tuo feed.
13/10/2026