Dmytro Marchenko in arte Crying Orc, ucraino classe 1997 originario di Mykolaiv (in seguito trasferitosi prima a Varsavia, poi a Berlino e infine a Tokyo), è uno dei personaggi più detestati dai puristi che ascoltano metal estremo. Un poser, a detta loro, soprattutto per la sua attitudine romantic black metal salita alla ribalta già nel 2021 con il disco di maggior successo (la copertina di “Pale Swordsman” lo ritrae seduto su un divano, con gli occhiali da sole e tra le mani una spada e una rosa). Un album prontamente ristampato dalla Sacred Bones, altra anomalia se pensiamo che Këkht Aräkh suona un black metal molto raw e (volutamente) dozzinale, strizzando l’occhio alla corrente depressive (un trend recentemente cavalcato dal suo conterraneo Draugveil).
“Morning Star” è atterrato sugli scaffali pochi giorni fa: diciassette brani per un minutaggio questa volta molto più alto (oltre cinquanta minuti). Di conseguenza, gli orizzonti si sono allargati, considerando un sound questa volta più vario e contaminato, dove accanto alle classiche sfuriate lo-fi (“Wänderer” o il singolo “Castle”) trovano spazio diverse soluzioni acustiche pescate dalla tradizione folk ucraina (“Genom Sorgen” e non solo) oppure ballate introspettive cariche di desolazione e tristezza (“Drömsång”), per la gioia dei tanti giovani fan che seguono il progetto soprattutto su TikTok.
Nonostante qualche inevitabile passaggio a vuoto (ad esempio, l’anonima “Eternal Martyr”), la proposta di Këkht Aräkh riesce a colpire il bersaglio quando a prevalere è il midtempo più scarno: “Mörker Över Mörker” e la successiva “Three Winters Away” (presentata da un videoclip a dir poco amatoriale) hanno un retrogusto epico che coinvolge, una peculiarità spesso sfruttata grazie all’utilizzo di clean vocals senza dubbio suggestive ma non sempre intonate (la coda finale di “Land Av Evig Natt II”). Davanti a un prodotto simile, c’è solo una cosa da fare: prendere o lasciare.
Se durante la seconda metà degli anni Novanta gli integralisti del black metal scandinavo ritenevano commerciali e venduti alcuni gruppi di tendenza come Cradle Of Filth o Dimmu Borgir, non osiamo immaginare quanto disprezzo possano sputare oggi su un disco che ospita tra i suoi solchi persino un rapper svedese (Bladee). Dispute che comunque ci interessano relativamente, perché siamo qui a giudicare la musica e tutto sommato questo ritorno di Këkht Aräkh suona decisamente meglio rispetto ad alcuni album del giro estremo che si prendono tremendamente sul serio.
08/04/2026