A guardare la copertina di “Sentence Structure In The Country”, il nuovo disco di Mari Maurice Rubio, in arte More Eaze, è difficile non essere rapiti dalla potenza evocativa del dipinto di Daniel Castrejón. Le due ragazze, sedute con la testa china e circondate da piovre che paiono altrettanto depresse, sottintendono afflizione verso un presente spolpato vivo da una tecnologica in progressione ipersonica.
La compositrice, orchestratrice e polistrumentista di Brooklyn si avvale ancora una volta di partiture elettroacustiche, sviluppate con delicatezza e altrove con sgomento attraverso apporti strumentali di stampo folk e soluzioni vagamente pop che ne esaltano in alcuni momenti la resa melodica.
Il titolo, invece, evidenzia, come ha affermato la stessa Mari, “un riconoscimento del linguaggio che ha plasmato la produzione musicale”, perché, in fondo, come disse Coltrane, “tutto ha a che fare con questo”.
Accompagnata in alcuni episodi da Wendy Eisenberg alla chitarra elettrica, al pianoforte e alla voce, da Henry Earnest alla seconda chitarra elettrica, da Alice Gerlach al violoncello, da Jade Guterman alla chitarra acustica e da Ryan Sawyer alla batteria, la musicista statunitense racconta come ognuno abbia contribuito al disco in maniera diversa: “Ci sono modi in cui Jade o Wendy scelgono di suonare gli accordi che non sono come li suonerei io in questo contesto, ma è proprio questo il punto. Le loro voci ridefiniscono ciò che sto creando, ma mi aiutano anche a definire il mio stile”.
E infatti anche le parti di batteria di Sawyer giocano un ruolo altrettanto singolare nell’album, entrando in punta di piedi e con fare talvolta free-jazz in brani come “Distance” o nella più imprendibile “Biters”.
L’improvvisazione a metà tra folclorismo sperimentale e ambient è il perno centrale anche nei sei minuti scarsi di “Crunch The Numbers”, con i tappeti melodici srotolati a ogni cambio d’atmosfera, tra lampi acustici e isolazionismi post-rock, mentre la chitarra di Earnest collide qui e là con le parti preparate messe in scena apparentemente alla rinfusa della Eaze.
A sua volta, “The Producer” è, al contrario, il tentativo, purtroppo non troppo convincente, di darsi a certo electro-pop mediante una ballata mestissima, che in qualche modo si apre nella seconda parte. Così come “Healing Attempt” prova nuovamente a smarcarsi dall’approccio free-form in scia elettroacustica con un’inclinazione tuttavia più giocosa.
Le riflessioni della Rubio abbracciano poi anche aspetti personali e spiegano il sentiero intrapreso: “È difficile fare i conti con i grandi cambiamenti sul momento, quindi ci vuole molta riflessione e un lavoro di elaborazione a posteriori. Non riuscivo a staccarmi da ciò che cercava di comunicarmi il mio materiale. Sperimentare con queste diverse combinazioni mi ha aiutato a determinare quali fossero gli elementi centrali, e così i brani hanno preso vita propria. È come un circolo vizioso: continuando a eseguirli, si crea un precedente su ciò che il brano potrebbe diventare”.
In questo gioco di specchi e contrasti assurdi, la title track, nella sua totale follia elettro-folk, finisce per essere alla fine della fiera il momento più alto di un album riuscito nei momenti paradossalmente più sfuggenti e meno in quelli in parte volutamente più “compiuti”.
27/04/2026