Agghiastru - Disincantu

2008 (Inch)
folk-rock, songwriter

Ad appena un anno da “Incantu”, Agghiastru ritorna con il suo naturale seguito. Si tratta di un disco che vorrebbe essere, forse, il rovescio della medaglia delle meste atmosfere del debutto; di fatto, è però un’opera che ne rilascia lo stesso patema cantautoriale, solo accompagnandolo da una particolare attenzione ai ritmi di danza, e curando una volta di più il suono (tanto cristallino quanto umbratile). Per quanto riguarda lo stile, questo è il disco che conferma Agghiastru come ammiratore del rock sommesso “desertificato” di fine anni 90 (Black Heart Procession, Calexico, Califone, Friends Of Dean Martinez).

L’iniziale, palpitante “Fuì” (con piano e nacchere) imposta il mood complessivo, vicinissimo a - se non coincidente con - quello di “Incantu”. Non esattamente concise, alcune canzoni hanno tuttavia modo di elevarsi: la title track, una serenata decadente che poi ormeggia in una trance rumoristica, “Campari”, un movimento da balera-surf, “L’ombra”, una taranta sardonica che incrocia Tom Waits e Califone, e soprattutto “Tintu”, un groove tribale con distorsioni cacofoniche (senza piano), quasi un omaggio disinibito alle sua radici metal.

L’Agghiastru cantante continua invece impassibile con il suo tono flebile, sia che fronteggi bosse atmosferiche o febbricitanti (“Idda” e “Bianco verginale”), o sonate malinconiche per piano mischiate a un "liscio" in veste noir (“Fiori d’arancio e crisantemi”), o ninnananne rarefatte (“Vulìa”, con tenue bordone dissonante), o le poesie dolenti-grottesche di Vinicio Capossela (“Saru Mantici”). “Teatro tetro” conclude l’ideale trilogia impostata da “Idda” e “Bianco verginale”, ma ne è sterile autoimitazione. L’apice della sua psicosi è raggiunta dalla doppia chiusa: dapprima “‘Ula arsa” (sorta di greve processione post-rock), quindi il trotto ritmato di “Mia dea”, pure storpiato da sballi caotici e sonagli lisergici, con una coda insolitamente allungata.

Accompagnato dall’Ep “Agghionna”, con il rituale rametto di ulivo, rinforzato da Cesare Basile, Marcello Caudullo, Luca Recchia e Rosario Badalamenti, scosso da una produzione ancor più incantatrice e da un canto malleabile (anche un etereo italiano, tra le nenie sicule strette o in slang), è un album più album del predecessore. Meno confusione, meno vignettismo, più sangue. Rimane stabile la ricetta, stucchevolmente creduta capace di creare suggestioni a oltranza, una miniera di brividi. Se la si manipola con la doverosa mano salda, come per “Tintu” e “L’ombra”, diventa in ogni caso un canovaccio di confidenza sentimentale. Un po’ il suo “Amore Del Tropico”. Liriche, composizione, parti strumentali, missaggio e produzione: uno dei nostri factotum più assennati.

Tracklist

  1. Fuì
  2. Idda
  3. Campari
  4. Fiori d’arancio e crisantemi
  5. Saru Mantici
  6. Disincantu
  7. L’ombra
  8. Bianco verginale
  9. Vulìa
  10. Tintu
  11. Teatro tetro
  12. ‘Ula arsa
  13. Mia dea

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