Hobo-surfer,
post-hippie, comunque lo si voglia chiamare, Kyle Field è uno di quei personaggi che potresti trovare a dormire - e vivere - sul sedile posteriore della sua auto di terza mano, all'ennesima svolta panoramica della statale del Big Sur, pronto a raccontare le sue storie al primo passante che incontra. Vulcanico artista a tutto tondo, forse addirittura più conosciuto come disegnatore che come musicista, Field pubblica sotto il consueto pseudonimo Little Wings il suo decimo album in una dozzina d'anni, dopo i suoi inizi nei Rodriguez di
Matt Ward.
Little Wings è sì il suo progetto solista, ma riunisce amici -
Phil Elvrum (Microphones, Mount Eerie) tra gli altri - e musicisti sparsi per tutta l'America, tra i quali ricordiamo in particolare Adam Selzer (
deus ex-machina della scena alt-folk della West Coast) alla batteria.
Per metà il disadorno, casalingo prodotto di un
freak vagabondo, per l'altra un condensato di classici (
Neil Young su tutti, si veda la bella "How Come?"), "Black Grass" ricorda una versione più raccolta della musica dei
Breathe Owl Breathe, a partire dal timbro vocale, una somma imperfetta del calore di
Bill Callahan ("Little Bit", "Gold Teeth") e della fragilità del
Bonnie ‘Prince' Billy di "I See A Darkness". Un lavoro che mostra l'ambiguità di sensazioni di un artista in continua ricerca, animato da un
groove appena suggerito ma potente (la
title track), per via anche di importanti fascinazioni
black (la sinuosa "I Grow Too"), espresse anche e soprattutto nell'electro-spiritual di "Fall Skull".
Grazie a un buon talento compositivo, Little Wings mette insieme dieci canzoni dall'arrangiamento scarno (voce, chitarra, basso, batteria e cori, con l'aggiunta di qualche punteggiatura di un'elettronica minimale), ma ognuna con una propria identità, sia questa il sogno selvatico di "Come Fall", o la rassicurante nostalgia bucolica di "Mr. Natural".
"Black Grass" ha in sé i germi di una transizione, per Field, da eccentrico menestrello da falò a maturo cantautore, la cui prima esperienza può aiutarlo a presentarsi con quel lampo creativo necessario a non "ingessare" le proprie composizioni. In "Black Grass" ci è riuscito pienamente, ma è ancora presto per capire se saprà confermarsi come un interprete importante nel panorama cantautorale americano.