Decostruire a proprio piacimento quella cosa chiamata noise-punk secondo il vangelo della Captured Tracks. E' più o meno questa la proposta dei Naomi Punk, trio proveniente dallo stato di Washington, apparso per la prima volta nell’ormai lontano 2009 e giunto al secondo disco con il qui presente “The Feeling”.
E' dunque l’ennesimo hype in vaga scia No Age a richiamare i più sudici sostenitori weirdo-punk/no-rock tanto in voga un paio di anni fa al di là dell’Atlantico, e chiunque abbia voglia di non precisate sensazioni forti, possibilmente nuove e in qualche maniera spiazzanti. E poco importa se negli accordi sganciati da questi tre ragazzi la melodia sia pressoché assente, così come il guazzabuglio pseudo-rock, pseudo-tutto e il contrario di tutto, sia sostanzialmente indefinito e oltremodo sfuggente. In questa folle corsa alla formula più bizzarra, ciò che (forse) conta veramente è poter esser sbalzati d'un tratto in un universo sonoro a sé stante, alla conquista di mondi paralleli e soniche scappatoie. Tuttavia, tale obiettivo avrebbe un suo fascino e un suo potenziale seguito qualora la mescola palesasse nelle sue infinite sfumature una sua precisa identità. Una qualche direzione. Purtroppo con "The Feeling" le cose non vanno esattamente così. Ad ascoltare le nove tracce di questo disco, più che esser scaraventati fuori dal finestrino con il sorriso stampato sulle labbra, o in qualche nuovo mondo rock, ci si (ri)scopre ben presto solo dinanzi a una farmacia in cerca di cure per l’emicrania, miserabilmente in agguato già dopo i primi sussulti obliqui dell’open-track “Voodoo Trust”.
I tre fondono spesso le loro voci in una sorta di provocazione atonale priva di qualsiasi mordente, reminiscenza corale e mal riuscita del primissimo Wavves. I cambi di direzione della seconda traccia, “The Spell”, sono per certi versi irriverenti, ma tremendamente anonimi. Allo stesso tempo, i motivetti soporiferi di “Burned Body” e della title track non aggiungono nulla a un prodotto confezionato e servito ad hoc (bellissima la copertina) nella speranza di pescare quanti più possibili adulatori hipster presenti nel microcosmo noise-rock a stelle e strisce e nel cuore della vecchia Europa. Insignificanti poi le due tracce strumentali, “Eon Of Love” e la malinconica “Gentle Movement Toward Sensual Liberation”, poste nel piatto nell'illusione di evocare un imprecisato brivido lungo la schiena.
Se questa è la novità, ben venga la più canaglia delle nostalgie.